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sabato 2 febbraio 2013

Culti alimentari, frange estreme, tinte religiose

Anche quando ne parlano bene, ne parlano male. Del veganismo, intendo.
Leggevo l'altro giorno uno stralcio di giornale pubblicato su Facebook dove si parlava di una serata con cucina vegan a cura della Lav di Trieste e più in generale di cosa mangiano i vegan, non solo insalatine, e compagnia bella. Che bello, direte voi. Si, ma...

Il malcapitato giornalista, probabilmente ignaro fino al momento della compilazione dell'articolo anche della mera esistenza dei vegan, si inerpica sin dall'inizio in una spericolata disquisizione sulla "filosofia" vegan, sottolineando concetti come "astinenza" (se penso a quello che ho ingurgitato oggi, non riesco a far rientrare il termine astinenza in nessuna fase della giornata, casca male, sarà che ho fatto pure 15 km di camminata e non so cosa sono riuscita a divorare, sia prima che dopo), eventuali "tinte religiose", "culto alimentare" e altre castronerie del genere.
Fino al consueto definire i vegan come la "frangia estrema del vegetarianesimo", alè.
Insomma, dei matti. Dei soggetti che io fuggirei come la peste, a fidarmi di questa descrizione a tinte fosche. Gente che veste caffettani e calza cioce primitive, che danza intorno a un fuoco ove bollono cavoli e patate, inneggiando a una qualche deità a forma di melanzana e celebrando rituali degni di Obelix, magari abbracciati a un menir. Con tanto di Assurancetourix  declamante poesie e sonando ballate,mentre gli astanti si apprestano in religiosa contrizione a sbocconcellare pommidori.


Gente che quando piove indossa camicioni bianchi e coroncine di fiori sul capo, possibilmente adorno di riccioli biondi, e danza compulsivamente per le strade con occhi riversi al cielo?
Nessuno dei vegan che conosco assomiglia anche in minima parte a questo genere di soggettoni. Anzi, e non è necessariamente un vanto, la maggior parte dei miei conoscenti è gente dalla spiritualità piuttosto carente, almeno nel senso più comunemente e retoricamente accettato, di appetito vigoroso e "tradizionale", gente che se gli servi lo zucchino bollito  te lo tirano dietro e non a mo' di boomerang, pretendendo ben più vigorosi piatti di pasta e fagioli, fiaschi di vino e ateissime bruschette all'aglio.

Gente che vive nel secolo, impiegati, artigiani, studenti, etero, gay, giovani, adulti, anziani, gente che non distingueresti per strada da un onnivoro se non per un aspetto visibilmente più in salute, difficilmente dall'aspetto  rubizzo, da infartuandi per intenderci, o con pance degne di gravidanze, anche se trattasi di individui di sesso maschile. O, se nel caso fosse mantenuta l'apparenza, dall'odore solforoso della pelle (lo so, nessun onnivoro ci crede, ma sfido un vegano a non sentir puzzo di zolfo accanto a chi ha appena mangiato galline o loro secrezioni).

tipo esponente del culto vegan (peraltro mi è pure simpatico)

Se penso - ad esempio - alla mia amica Francesca, con cui ho la ventura di condividere gran parte della mia giornata, essendo noi colleghe di lavoro, credo che lei sia esattamente l'opposto di quella descrizione esoterica:  sobria, madre di famiglia, dissacrante quanto basta, non saprei come immaginarla parte di una "frangia estrema" di qualunque cosa. 

Non ci siamo proprio. Cosa è estremo e cosa è anomalo? E' dunque" normale" che a qualcuno venga l'acquolina in bocca al cospetto di un cartellone pubblicitario di un supermercato per strada, come quello che ho visto inorridita un paio di ore fa tornando a casa, in cui si mostrano brandelli di carni di un agnello da latte e la promozione in corso per acquistarlo?
Un agnello da latte. Un prezzo. Una promozione.
Per gente "normale". Non per frange estreme.


P.S. Una postilla: tra i miei conoscenti, vegan, e parlo in particolar modo di persone di cui ho grande stima, non ci sono solo atei e agnostici, ma anche cattolici, induisti, islamici (incredibile ma vero), protestanti, hare khrisna, e così via. Questo a dimostrazione della grande eterogeneità della "setta vegana".



lunedì 17 dicembre 2012

Ancora sulla tradizione

E' periodo questo di ripresa di annose questioni, come si diceva nel post precedente a questo. Sono argomenti che vengono spesso discussi, ma evidentemente mai abbastanza.
Abbiamo parlato del costo dell'alimentazione vegan, e va bene. Ma c'è un'altra discussione in sospeso ed è quella che riguarda le associazioni, gli enti, etc. che si occupano di salvaguardia degli animali (di certi animali, a quanto pare, con dei distinguo) e che organizzano cene di raccolta fondi a base dei suddetti (animali), ormai belli e che morti e cotti per di più. Nonché il fatto che la maggior parte delle persone che ne fa parte, di queste associazioni o enti,  i volontari e non solo, siamo mangiatori abituali di codesti animali.

cena a base di animali a difesa degli animali?!
In pratica, si occupano del benessere di cani, gatti e pochi altri, ma i vitelli, le mucche, le pecore, i maiali, certi uccelli, invece, li sbranano. Forse non li uccidono personalmente (sebbene talvolta accada, si vedano alcuni componenti di WWF e altre organizzazioni similari), ma in ogni caso condonano che altri lo facciano per loro.

Ancora, si è dato il caso di persone vegetariane appartenenti a questo tipo di enti che in caso di cene di beneficenza abbiano organizzato non cene esclusivamente vegetariane (che dovrebbero essere poi vegan, visto il trattamento riservato di norma agli animali per produrre latte e uova), ma cene miste, con opzione vegetariana e opzione carnivora.
Perché se no, altrimenti, la gente non aderirebbe a queste cene e quindi niente fondi per l'associazione. Dunque, si parla di salvaguardia di animali mentre si mangiano animali. Curioso, vero?! E magari si condona e giustifica tutto questo perché in determinate località la tradizione millenaria è quella di mangiar cadaveri e secrezioni animali. Località abitate da  persone che come automi, come dischi rotti non vogliano far altro che perpetuare queste tradizioni.

Pasta di grano duro (Puglia)
Allora, senza batter ciglio, ripeterò un concetto più volte espresso qui e altrove. Anzi, due concetti.
Primo: l'umanità non si è estinta non certo grazie alle carni animali, da sempre cibo per i più facoltosi, sempre in netta minoranza in tutte le popolazioni del nostro pianeta. Carni animali da sempre mangiate dalla stragrande maggioranza degli individui solo nelle feste comandate, ai matrimoni, a Natale e a Pasqua, se andava bene, se no neanche allora. I ricchi da sempre sono stati decimati da quelle malattie che oggi colpiscono gli abitanti dei paesi occidentali: gotta, ipertensione, malattie cardiovascolari, etc.
Se i poveri erano malnutriti non era questione di carne, ma di poca disponibilità di cibo in generale, ma non ci siamo estinti proprio grazie a legumi, cereali, frutta secca e disidratata e altri cibi "poveri". Il nostro Paese non fa eccezione. I nostri antenati si sono nutriti quotidianamente, a seconda delle regioni d'origine, di polenta, di ceci, di lenticchie e fagioli, di riso e di pasta, di semi, di frutta, etc. 

Coltivazione del riso in Sardegna
Quel poco di origine animale spesso era addirittura praticamente senza poteri nutrizionali importanti, come certe frattaglie che ora sono vietate perfino agli animali domestici. Perfino dei parenti sardi, isola dove ora sembra non si mangi altro che suini e cacio, mi hanno ricordato che i loro avi si nutrivano sostanzialmente di ceci e riso locale e piselli.
In fondo, poi, vale la pena ricordarlo, le popolazioni più longeve sono da sempre state quelle con alimentazioni a base vegetale.

Preparazione della polenta (Veneto)
Ingredienti per la pappa al pomodoro (Toscana)










Pasta con la mollica (Molise)
Ergo, in tutte le regioni italiane c'è una tradizione di ricette vegetali e sono probabilmente le più vere, le più antiche. Solo che sembra che tutti se ne siano dimenticati, ricordando solo ciò che veniva servito durante banchetti in occasioni particolari. 
Di quei piatti pare non ce ne sia più traccia nella memoria, se non in sporadici casi, e chissà come mai ora per ricette tradizionali si intendano solo quelle a base di animali e loro secrezioni.

Secondo: basta con questa storia delle tradizioni solo quando fa comodo! Allora, per tradizione, picchiare la moglie, farsi cavare un dente senza anestesia, violentare la nipotina, mandare i bambini nelle miniere dovremmo considerarli come patrimonio culturale da preservare?!

tradizioni: carusi in miniera

Preservare la salute fisica e psichica dei bambini non ha una lunga tradizione, ad esempio. Prima i bambini erano braccia da lavoro, corpi da violare senza ritegno, merce di scambio. Ora non più. Farsi operare senza anestesia, morire di parto era la regola. Ora non più.
Allora, come la mettiamo con questa tradizione? Il mondo, le persone, tutto si evolve, tutto e tutti abbiamo il dovere e il diritto di evolversi. Perchè allora  altrimenti non dovremmo mantenere viva anche la tradizione dei gladiatori sbranati dalle fiere nei colossei?

Non sottovalutiamo la capacità degli esseri umani di modificare le proprie (turpi) abitudini. Diamo un esempio, cerchiamo di farci avanguardia, non adeguiamoci a tradizioni sanguinarie solo perché lo fanno tutti. Se tutti fossero stati così conformisti, saremmo ancora all'età della pietra o poco innanzi.
Ai corsi di cucina e alle cene vegan io vedo sostanzialmente onnivori, curiosi e interessati, anche quando queste iniziative sono organizzate non in grandi città come Roma o Milano, ma anche là dove si mangia sostanzialmente in maniera cruenta. Eppure, la gente legge, vede la televisione, si interessa, non è lobotomizzata come ci vogliono far credere. Non completamente e non tutti, almeno.
E per me, tornando all'argomento di questo post, sì, lo ribadisco. Un ente che si fa promotore del benessere degli animali - ma solo di certi animali  - organizzando cene con animali nei piatti si gioca la faccia, anzi, la perde proprio e non avrà mai il mio appoggio. La trovo poco seria, come minimo.



venerdì 14 dicembre 2012

Sempre una annosa questione

Non ricordo se e quando ne abbiamo già discusso, ma ripropongo una antica questione più volte riproposta anche in altri luoghi, su Facebook in primis anche oggi stesso.
Molti onnivori e molti vegan sono convinti che mangiare vegan sia assolutamente più costoso che non mangiare in maniera "tradizionale", se per tradizionale intendiamo una alimentazione a base di carni, pesci, formaggi, salumi e - mi auguro - comunque frutta, verdura, cereali, legumi, etc.

Non so da dove deriva questa diceria, o meglio lo sospetto. Alcuni vegan (ma non solo, perchè anche alcuni onnivori lo fanno) comprano quasi esclusivamente in negozi bio sullo stile dei Naturasì per intenderci, sorta di boutique alimentari dove ogni caso ha un prezzo in quasi tutti i casi molto più alto della media.


Un esempio: se mezzo chilo di fagioli o ceci secchi bio alla Coop lo pago 1,30 o giù di lì, facile che in una di queste boutique le paghi il doppio, pur sempre con bollino AIAB e compagnia bella.
La pasta integrale e/o bio alla Coop la pago come le altre paste, talvolta anche meno, mentre in quei negozi di nicchia la pago due volte tanto. E così via.
Quanto a seitan, tofu, etc. non solo non sono indispensabili alla nostra alimentazione quotidiana (io preferisco mangiar mediterraneo, più che giapponese, anche se non disdegno di tanto in tanto qualche preparazione a base dei suddetti prodotti) ma si trovano a prezzi più che decenti anch'essi nei supermercati tradizionali, a volte anche nei discount. 
In ogni caso, seitan e tofu anche tra i più cari non uguaglieranno mai la spesa di formaggi e salumi e carni, per non dir dei poveri pesci, che sono carissimi, almeno per me. Tanto da domandarmi spesso quando guardo un carrello davanti a me alla cassa come diavolo faccia una famiglia media a sostenersi con quei costi.
Il latte di soia&riso bio di cui faccio uso quotidiano lo compro all'Eurospin a un euro e 19 centesimi, quello di soia bio alla Lidl per meno di un euro. Non ho idea di quanto costi il latte vaccino, in ogni caso sicuramente quelli vegetali nei negozi bio costano di più.
L'orzo solubile con cui faccio colazione è bio, a marchio Conad o Coop, e costa intorno a un euro e 40 (stesso prezzo dei biscotti integrali bio sempre Coop), mentre al Naturasì non l'ho mai visto a meno del doppio.
I biscotti bio al mirtillo senza zucchero e dolcificati con malto di cui andiamo matte io e le mie colleghe li compriamo al Todis per un euro e 69 per 250 gr. (senza contare che in genere nel w.e. faccio con le mie mani biscotti per tutta la settimana a costo talmente irrisorio, pur usando ingredienti bio, che neanche riesco a fare il conto della spesa!)
Gli sfizi che ci concediamo come ad esempio gli affettati di muscolo di grano li abbiamo sempre comprati direttamente dal produttore. Una confezione di pizzottera affumicata (mi pare siano 4-5 fette sostanziose) non costa più di due euro, 1,99 se non erro. Mentre in un paio di negozi ho visto qualcosa di simile a 3 volte il suo prezzo.
Potrei andare avanti per parecchio, ma non vi voglio tediare con gli esempi. Sono sicura che la maggior parte di voi è abbastanza sveglio per non farsi infinocchiare da prezzi assurdi quando non necessario.


Facciamo anche un doveroso distinguo. Essere vegan non significa automaticamente mangiare bio. Tra i vegan ci sono quelli che mangiano preferibilmente bio, come ci sono tra gli onnivori. Ma mangiare vegan significa semplicemente mangiare vegetale al 100%, tutto qui.
Per quanto mi riguarda sono tra quelli che preferibilmente compra bio, ma non nei negozi specializzati, se non  per qualche eccezione che trovo solo lì, come il lievito a scaglie, il malto di riso, il burro di soia (che costa come gli altri e che in ogni caso compro se va bene due volte l'anno, preferendo di gran lunga l'olio extra vergine d'oliva).
Così come preferisco comprare a km 0, ma ho la fortuna di vivere in campagna ed è senz'altro più semplice che per altri più urbanizzati. Per cui spesso verdura, vino, etc. vengono dalle campagne qui intorno, a volte dagli orti delle amiche quando hanno sovrapproduzione e d'estate anche dal mio orto.

La mia amica Francesca, vegan da circa due anni, mi ha spesso confermato quanto sia risparmiosa la nostra alimentazione, pur con la concessione di sfizi. E lei proviene da una alimentazione onnivora, mentre io da anni di vegetarianesimo, per cui i suoi ricordi di spesa "carnivora"  sono più vividi.


Vorrei dunque ribadire qui il concetto. Il negozio vegan per eccellenza non è la boutique del bio, bensì il mercato rionale, meglio ancora se in quei banchi dove sappiamo che viene venduta roba genuina. Nonostante qualche puntatina nei negozi bio, una confezione di lievito a scaglie non costerà mai come il suo omologo grana padano o parmigiano padano. Una confezione di affettato vegan da due euro non costerà mai come una confezione di prosciutto (non ne ho la più pallida idea, lo ammetto, ma lo sospetto, a meno che forse non si tratti di mortadella o non so che altro costi poco).
Dunque si può mangiare vegan e anche sano spendendo poco o tanto, a seconda della propria disponibilità economica. Ma non imputiamo una spesa troppo alta a tutti i vegan se amiamo riempire i carrelli del Naturasì dando per scontato che sia la nostra unica fonte di sostentamento.

Lo stesso discorso vale per scarpe, cosmetici, etc. come spesso ribadiamo in Stiletico e nella nostra pagina FB. Se possiamo spendere poco, è pieno di scarpe vegan a pochi euro. Se vogliamo un prodotto di qualità, dobbiamo spendere di più. Esattamente come per le scarpe in pelle animale, nessuna differenza, confrontare per credere. Io, che sono vanesia, spesso ho acquistato scarpe molto molto costose come quelle di Beyond Skin a un quinto del loro prezzo (28 euro l'ultimo paio di sandali invece di 170 sterline), approfittando dei periodici saldi su Amazon.co.uk.

Idem i cosmetici e i prodotti per l'igiene personale. Personalmente da qualche tempo uso una crema idratante per il viso (linea bio della Coop) che mi è costata ben 5 euro e qualcosa e l'ho trovata migliore di altre più costose. Il sito di Raffaella e la sua pagina su Fb danno molte indicazioni in questo senso. Io e Raffaella siamo piuttosto attente all'aspetto economico, non essendo ne' una ne' l'altra di sangue blu ma persone comuni con entrate mensili più che  normali.


Quindi niente scuse, niente leggende metropolitane. Cerchiamo di essere obiettivi e non accampiamo strane giustificazioni. Domandatevi come mai il reparto legumi dei supermercati va sempre deserto, mentre i lunghi corridoi degli yogurt hanno gente che vaga avanti e indietro rigirandosi vasetti tra le mani come se fosse l'alimento che non può mancare nei loro frigoriferi.
Fate caso ai carrelli degli altri, che non sono sempre migliori dei nostri. Anzi.



martedì 27 novembre 2012

Vandali o cosa?

Ben ritrovati. Sono stata latitante da questo blog causa impegni di varia natura, tra cui l'organizzazione del corso di cucina di domenica scorsa. Mai avevo infornato dolci per una quarantina di persone! La casa era impregnata di odori di cannella, di zenzero, di cacao. Credo che per qualche giorno sospenderò produzioni per uso quotidiano (di solito nel fine settimana preparo biscotti per le colazioni dei giorni seguenti), sono in overdose di profumi dolci!
A breve dovrò rimettermi ai forni però, urge allenamento per altre nuove ricette, al solito tratte qua e là da qualche sito e da qualche libro e quasi sempre personalizzate a seconda degli ingredienti presenti in casa e dalla prima riuscita, a volte insoddisfacente e che necessita aggiustamenti.
Se qualcuno dei 35 partecipanti al corso mi legge, beh, felici di avervi conosciuti e spero a presto!

Ma riprendiamo da una notizia bizzarra. Sentite questa.
In California, a Huntington Beach, un McDonald's si è visto distruggere il proprio murales da vandali vegan. Come si è saputo che fossero vegan? Guardate la foto qui sotto...


I gestori dell'infernale localino hanno tentato di ripristinare il vecchio murales, di ripulire l'infamante scritta ma senza alcun risultato apprezzabile. Il manager John Patterson è  letteralmente affranto: 
"Ci ha spezzato il cuore vedere quest'atto di vandalismo. In vent'anni, non avevamo mai avuto vandali che osassero toccare il nostro murales"

Insomma, stiamo parlando di gente sensibile, dalla lacrima facile, quando si tratta di murales naturalmente. Non certo quando si tratta di sgozzare bovini e mangiarseli.
Il murales era stato dipinto nel 1987 da un artista iraniano, Saeed Danosian, scomparso nel 2008 e la volontà dei gestori è di ricreare l'opera in onore dell'artista. 
Anche nella comunità vegan non sono mancate le critiche, c'è chi l'ha definito vandalismo fine a se stesso perchè quell'opera era parte dell'arredo urbano da tanto tempo. Altri pensano che non siano stati effettivamente dei vegan, ma qualcuno che voleva fare una sorta di "burla".

Se devo dire la mia, qualunque cosa sia legato, sponsorizzato, etc. dalla catena dei McDonald's francamente mi lascia minimo minimo indifferente, se non solidale con chi arreca qualche danno, sempre infinitamente minore di quello che l'azienda provoca ad animali e umani.
Voi come la pensate?


lunedì 24 settembre 2012

Punti di vista

Voglio chiedervi di usare l'empatia in questo momento. E quando dico 'empatia' quello che sto dicendo è: mettetevi nei panni degli animali, e iniziate a vedere questo problema dal punto di vista degli animali. Dal punto di vista delle vittime.
Quando si esamina ogni forma di ingiustizia, che le vittime siano esseri umani o animali, vi prego di tenere presente il punto di vista delle vittime. Se non sei la vittima, non analizzare la situazione dal tuo punto di vista, perchè quando TU non sei la vittima, diventa molto facile razionalizzare e giustificare la crudeltà, l'ingiustizia, lo schiavismo e anche l'assassinio."

(Gary Yourofsky, discorso sui diritti animali e sul veganismo. Atlanta,Georgia Institute of Technology, 2010)

venerdì 21 settembre 2012

Dialogo tra un vivo poco entusiasta di essere tale e un essere umano dall’alta autostima

C'è un uomo in rete, instancabilmente geniale, di cui da un po'  di tempo non tesso lodi. Sarebbe un peccato perdere i suoi scritti. Quale migliore occasione per chi non lo conosce ancora che iniziare da qui?

Simposio

lunedì 17 settembre 2012

A proposito di andazzi sbagliati

Il buonismo, il perbenismo. Tutti quegli ismi che già fanno intuire che non si parli di persone veramente buone, veramente per bene. Non a caso c'è quell'ismo alla fine.
Mi capita spesso su FB di inveire nella mia bacheca - e sottolineo nella mia, non in quelle di altri avventori del social media - contro cacciatori, torturatori di animali (e di bambini e di donne e di...), vivisettori, macellai, onnivori, e tutta l'allegra brigata di buontemponi assetati di sangue.
Qui dalle mie parti, Roma e dintorni, uno degli accidenti più comuni che si sente lanciare dalla gente comune è il classico Ma và a morì ammazzato.
Beh, io non faccio altro che riproporre in chiave moderna questo accidenti effettivamente un po' vintage a tutta una serie di persone che provocano danni e morte e sofferenza ad altri esseri viventi con cognizione di causa.
Dalla mamma amorevole che nutre il pargolo col prosciuttino, all'amica amante del sushi che-fa-così-chic, al cacciatore che si è sparato sul piede da solo (echediolabbiaingloria), al collega che non riesce proprio a fare a meno del pollastro a pranzo, al vivisettore che apre lo stomaco a un gattino vivo, e via via a tutti gli altri torturatori sotto mentite spoglie di gente per bene.

Ma ecco che subito, su FB, escono fuori come funghi dopo la pioggia i Censori. Coloro i quali, pur menando una vita corrotta da violenza quotidiana, divorando le carni di animali terrestri o acquatici trucidati tra mille sofferenze o vestendone le pelli o foraggiando aziende che testano con estrema violenza i loro prodotti, saltano subito all'impiedi additando come comportamento inaccettabile l'aver mandato a morì ammazzato il primo che mi viene in mente, và, il cacciatore.
A quel punto inizia a perpetuarsi quel trito copione che vede in primo luogo nominare Gandhi come nume protettore, facendo notare quanto ci si stia discostando da questo grande uomo. E hai voglia a spiegare che io non sono Gandhi, che pur ammirandolo sconfinatamente (idolo della mia adolescenza e uno dei fautori del mia scelta vegetariana all'epoca) non ho mai preteso di imitarlo in alcun modo. E hai voglia a spiegare che quando scelsi di diventare prima vegetariana e poi vegan non pensavo di dover cambiare carattere e vestire un saio, dispensando saggi sorrisi e aforismi zen a destra e a manca. 


E hai voglia a spiegare che le parole dettate dalla mia esasperazione di fronte a scene di inusitata violenza contro gli esseri viventi non umani che ogni santo giorno  capitano sotto i miei occhi, le parole - dicevo - non uccidono, mentre quello che fanno i Censori - e ovviamente i bersagli delle mie maledizioni - tutti i giorni è condonare uccisioni REALI.

Li sento come una sorta di coro greco in sottofondo, tutti lì che bofonchiano No No così non si fa, un conto è dire che si è vegetariani e un conto è tirare gli accidenti. Non bisogna odiare.
L'ultimo mi ha scritto Io sono quasi integralmente vegetariano, ma mi sembra che tu stia prendendo una strada integralista sbagliata.
Analizziamo questa frase. Intanto, quel "quasi" mi lascia interdetta. Cosa significa? Ogni tanto un pescetto lo ammazzo, tanto ce ne sono tanti? Se capita, un uccello o un mammifero finiscono nel piatto, ma che fa? Non sono individui gli animali, sono massa, sono numero, uno più o meno che fa? Rimaniamo dunque in pieno antropocentrismo, senza nessuna seppur vaga intuizione circa la natura paritaria di tutti gli esseri viventi su questa terra. Antispecismo, questo sconosciuto. Ci vuole d'altronde un notevole coraggio, per come siamo cresciuti, ad ammettere che la nostra vita non vale necessariamente più di quella di un gabbiano. La portata rivoluzionaria di questo assunto è talmente destabilizzante che le masse non sono in grado, ammettiamolo con sincerità, di metabolizzarla.


Ancora, "sembra che stia prendendo una strada integralista sbagliata". Prima di tutto, non essendo io di primo pelo e avendo smesso i panni da teen ager da diversi anni, diciamo che con l'età non posso che peggiorare. Questa è la cattiva notizia. Probabilmente morirò con un accidenti sulle labbra tirato a qualcuno, chissà, forse al vicino di casa che sta bruciando la carcassa di un povero vitello sul suo immondo barbecue. E' solo un ipotesi. E ci sono morti un po' peggiori, come cantava da giovane Guccini. L'importante è che la morte mi colga viva (M. Marchesi).

Integralista. Come spesso ripeto qui e altrove, ormai è noto,  alla parola "integralista"  io recepisco a mo' di automatismo - non essendo usa a metter bombe e bombette sotto la sedia di nessuno -  il termine "coerente" e credo sia il più bel complimento che possa ricevere. 
Tutta la mia vita è stata improntata, da che ero ragazzina, alla ricerca di qualcosa che io identificavo come "diventare sempre più buona" (testuali parole prese dai miei diari dell'epoca), nel senso che non avevo ambizioni di diventare chessòio dirigente d'azienda o stilista, volevo qualcosa di più, come vivere in sintonia con me stessa e i miei ideali, non sapevo ancora bene quali.

l'ho letto, carino...

Se a 15 anni mi avessero detto che da adulta sarei stata  tacciata di eccesso di coerenza in materia di non-violenza, di non condonare senza se e senza ma ogni forma di sopruso su esseri viventi indifesi (ripeto, non solo animali, ma bambini, donne...), beh, ragazzi, ci avrei messo la firma. Smettere di essere mediocre, credere e mettere in pratica quotidianamente i tuoi ideali: il sogno di ogni adolescente sano. A meno che non si  riferisca il tutto all'andare al Roxy Bar e vivere una vita spericolata, unico ideale pippare cocaina, naturalmente. Meglio specificare: sogno di ogni adolescente sano, colto, empatico, consapevole, portato all'introspezione.

Ma veniamo all'aggettivo finale della frase dell'amico su FB: "sbagliata", "strada integralista sbagliata".
Vi rendete tutti conto che giusto o sbagliato siano termini del tutto soggettivi, vero?
Cosa è giusto, cosa è sbagliato.
Per me è sbagliato tutto ciò che comporta una violenta invasione sulla vita di altri. Da qui si evince che è sbagliato che il prete violenti i bambini dell'oratorio, che lo scannatore tagli la gola al maialino, che il violentatore strazi la ragazza, che l'omicida  uccida, che il cacciatore fermi il volo degli uccelli o la corsa di una lepre, etc.etc.etc.

E' giusto - per me - vivere cercando di essere meno invasivi possibile, di nuocere il meno possibile agli sventurati nostri compagni di pianeta, di essere empatici e compassionevoli nei confronti di chi soffre.
Essere compassionevoli nei confronti di chi attua violenze, no, non è giusto, a meno che ci si riferisca per propria scelta esistenziale a una qualche dottrina religiosa, ergo si porge l'altra guancia e compagnia bella.

Che una persona mi venga a dire che sto prendendo un andazzo sbagliato francamente non riesce a non farmi sorridere, con un sorriso - questo sì - di compassione, come a dire Perdonatelo, perchè non sa quello  che dice. Probabilmente è così inconsapevole, così privo di empatia "militante", che non gli si può neanche fare una colpa.
Certo, alla lunga stanca sentire fregnacce

domenica 16 settembre 2012

Il movimento per i diritti animali tra perquisizioni, arresti e condanne

Oggi ospito un articolo di Riccardo di Animal Station, perchè non saprei scrivere di meglio sulla questione e vorrei che lo leggeste insieme a me.



domenica 2 settembre 2012

Toglier blatte dalla minestra

Io devo frequentare di più gli onnivori, non c'è verso. Se voglio avere sempre qualcosa di sfizioso da raccontarvi, niente è più foriero di aneddoti come pranzare o cenare con corpse-eaters.
E' che spesso mangiamo a casa e tendiamo più a invitare qui da noi, così non si pongono questioni. Il mio compagno, come molti di voi sanno, è chef vegan professionista e gli amici non si fanno sfuggire l'occasione di mangiar manicaretti nuovi o già testati, piuttosto che avere delusioni in qualche ristorante veg o non veg che sia. Dalle nostre parti non è facile mangiare decentemente fuori, è cosa nota.

Ieri si era fuori a mangiar pizza con gruppo di amici e conoscenti. Il mio compagno ha preso un piatto di penne all'arrabbiata e io una pizza ortolana senza mozzarella. La sto ancora cercando di digerire, ma per carità, almeno era senza secrezioni, pus, etc.
I commensali hanno invece preso diverse portate di pizza alla pala, tutte immangiabili per noi, come potete immaginare. Credo che pensino che noi si faccia un sacrificio a resistere al cospetto di tante leccornie, tanto che quando una amica a fianco a me ha chiesto carinamente se volevamo che togliesse lei il prosciutto da una delle pizze affinchè potessimo mangiarla anche noi, il dubbio si è trasformato in certezza.
Noi ci siamo subito schermiti, dicendo No! No! Grazie! e a me è scappato Oddio, è come togliere una blatta dalla minestra e poi continuare a mangiarla...


Immaginate se i miei commensali avessero trovato un capello, uno scarafaggio, una mosca nel loro piatto: mai avrebbero avuto il fegato di continuare a mangiare qualcosa di "contaminato" da elementi ripugnanti.
Come far comprendere che per noi è lo stesso, anche se togli il gamberetto smembrato, il brandello di carni mummificate di un mammifero o le secrezioni di un bovino dalla pizza, da un piatto di pasta o quello che sia?
Mi direbbero: ma tutti mangiano così, sei tu la strana.
La solita storia. Tutto è giustificato in nome di una maggioranza rumorosa.

martedì 28 agosto 2012

La Nausea

Ieri mi sono ritrovata a pranzo in ufficio con alcune colleghe, ognuna col suo pranzo portato da casa o acquistato al bar di fronte, e si parlava di animali di casa, di vita di campagna, e similari.
Parlando di vacanze appena trascorse, raccontavo di mia cognata, appena ripartita, che non è avvezza alla vita rurale perché timorosa di insetti, farfalle, cani e perché abituata da sempre a vivere in città (da anni abita a Parigi), e dei suoi deliziosi figlioli, che invece si sono divertiti un mondo a giocare con i nostri cani e i nostri gatti. 
La notte in cui hanno dormito da noi si sono ritrovati la mattina abbracciati a due dei nostri cani e ne sono stati entusiasti,  non hanno parlato d'altro per giorni, senza contare della distribuzione dei semini nelle mangiatoie per gli uccelli, dei giri serali con pila alla mano tra i filari di uva fragola e allo stagno, e così via.

scene disgustose
Le colleghe hanno avuto un sussulto, come a dire: questo è un po' troppo, dormire con i cani... Una esordisce con I peli mi fanno schifo, le altre annuiscono e rafforzano la sua opinione. Al che, se mi conoscete un po' dalla lettura di queste pagine potete immaginare, non mi sono fatta sfuggire l'occasione di raccontare di come noi esigiamo (ma non c'è bisogno di pregarli) addirittura la presenza dei due gattoni nel letto d'inverno, tutti belli caldi e soffici. Se no che li abbiamo presi a fare? E che, mangiano a ufo? O ci si coccola oppure che senso ha?
D'estate preferiscono stare alla larga e farsi i loro giretti in notturna, ma d'inverno sono i primi ad accomodarsi. I cani non salgono sul letto, tre sono troppi, più di cento chili in totale, ma qualche bella dormita sul divano davanti alla tv ce la facciamo, tutti insieme appassionatamente.
Facce ancora più sbigottite e schifate. Una collega ha addirittura pregato di cambiare discorso mentre si mangia. 


Da notare che sono tutte onnivore, che tutte avevano nel piatto secrezioni mammarie bovine cagliate, gamberi spellati, tonno squartato e inscatolato (che se guardavo troppo mi si rivoltava lo stomaco davvero). Per non parlare del fatto che gran parte di loro sono devote a diete iperproteiche stile Dukan. Altre mi hanno appestato a volte con puzzo sulfureo di galline cotte, da dover uscire dalla stanza per non vomitare sul serio e non per posa.


Roba che non oserei portare alla bocca neanche sotto minaccia di bazuka, pena i conati di vomito.
Eppure, tutte delicate e iper attente ai peli di cani e di gatti, al punto da suscitare in loro schifo e ribrezzo. E poi mangiano quello che mangiano, senza alcun sentore di disgusto. Pus, antibiotici, residui fecali, putrescina, cadaverina, niente al cospetto dei peli di cane, che peraltro nessuno si sognerebbe mai di mettere in bocca per diletto ma che al massimo ritrovi sul divano, per terra e sui jeans.  A meno che uno non passi la giornata a leccare per terra, naturalmente.

Il mondo è bizzarro. Il senso del ribrezzo è individuale (anzi, va per categorie di persone). E io, qui, che continuo a stupirmi, come fanciullino pascoliano.
Giovanni Pascoli e il fanciullino

domenica 29 luglio 2012

Vita quotidiana

La scena si svolge in un ufficio, poco dopo la pausa pranzo.
In stanza io da sola, intenta a lavorare al computer. Si affaccia alla porta una collega con il seguente statement:

Ciao Ariè, non dovrei dirlo proprio a te, ma oggi a mensa mi sono mangiata un bel polletto... Ma era PICCOLO PICCOLO sai...


E poi non mi venite a dire che mangiar carogne non incide sul corretto funzionamento dei gangli cerebrali.

venerdì 13 luglio 2012

Ben ritrovati!

Cari amici, ben ritrovati su queste pagine! Sono tornata da alcuni giorni e ho avuto bisogno di assorbire, di metabolizzare lo "choc culturale", quello che dicono uno possa patire quando va in un paese tanto diverso dal proprio. Beh, a me succede sempre il contrario. Quando vado mi trovo subito a mio agio, ma è quando torno che iniziano i problemi. Che fatica abituarsi allo stress quotidiano, al lavoro, alla gente ingrugnata che eppure compatisce magari indiani e laotiani (mi riferisco ai miei due ultimi viaggi) perchè poveretti vivono in campagna senza happy hours e vestiti alla moda.
Come mai quelle genti lontane però hanno sempre un sorriso e una calma che noi non conosciamo più da un pezzo? 
Fuor di retorica, non mi ci fate pensare che altrimenti piango a dirotto. 
A proposito di viaggi, ne approfitto qui per ricordarvi che sono partita anche questa volta con VegVoyages e ne sono entusiasta. Immaginate di viaggiare con persone vegan e/o vegetariane (oltre a qualche onnivoro "infiltrato") e avere la certezza che mangerete vegan ovunque (non vegetariano, vegan), che avrete il meglio del meglio a colazione, pranzo e cena, che le ricette tradizionali onnivore che altrimenti non assaggereste vi vengano proposte in versione vegan ovunque, anche quando si mangia presso le famiglie del posto perchè viene loro spiegato chi siamo.
Immaginate che non ci saranno tour in cammello o elefante, che andrete a visitare centri di recupero di animali maltrattati per vedere quanto sono felici ora (e qualcuno poi ci torna per fare volontariato per un po' di tempo) e che non vi troverete il vicino di tavolo che si ingozza di pesci e aragoste bollite vive.

un orso della luna liberato dagli allevamenti 

Immaginate già solo questo. Per non parlare della simpatia e della carineria dei due gestori della compagnia che saranno perennemente preoccupati di farvi stare bene. Il tutto a un prezzo incredibile, senza praticamente dover mai toccare di nuovo il portafoglio, neanche per le innumerevoli bottiglie d'acqua che berrete durante il giorno causa caldo tropicale.
Sono decisamente eccezionali ed è stata una fortuna conoscerli.

e questa sono io che vi saluto :-)

martedì 29 maggio 2012

Gusti da zombie

Ieri su Facebook girava su alcune bacheche, e anche sulla mia, la foto di un pezzo di carne su un bancone di macelleria con una sorta di rigagnolo di pus bianco che fuoriusciva da un tumore e si leggeva sotto che è prassi normale per i macellai ripulire le carni dai tumori, sciacquando il tutto con candegina, e poi mettere in vendita il resto.
Ora, devo dire che non mi ha sconvolto più di tanto. Se mangi carni in putrefazione, carni di animali trucidati, non puoi essere tanto delicatino, ti puoi aspettare di tutto. Non che tendini, ossa, nervi siano elementi molto più poetici. Invece il tumore ha suscitato estremo disgusto, soprattutto naturalmente negli onnivori.

Anzi, il post è stato tacciato di terrorismo psicologico. Come se informare fosse da equiparare a qualcosa di non vero che viene detto apposta per metter paura. No, qui stiamo solo mostrando ciò che qualunque macellaio sa e fa e che nessuno ci racconta.

E poi, come ripeto, non facciamola tanto lunga: se aggrada mangiar cadaveri, se piace pascersi di putrescina e cadaverina a gogò, non facciamo tanto i raffinatoni, non facciamo i difficili. Che la carne sia tumorosa o no, in fondo cosa cambia? Sempre di carogna si tratta.

Soltanto, non veniteci a dire che siamo estremisti. Perchè riempirsi la bocca di mucca, di conigli, di suini per me è un atto talmente parossistico che supera ogni immaginazione. Dipende dai punti di vista.


lunedì 30 aprile 2012

I motivi del mio non andare al Veganfest

Naturalmente ognuno è libero di fare ciò che meglio crede, ça va sans dire. Ma io non ho nessuna intenzione di frequentare kermesse sul genere del Veganfest, non so se avete presente. Una fiera commerciale che, puntuale come la muerte, tutti gli anni ci capita tra capo e collo come i natali e i capodanni.
Prima di tutto, non vedo il motivo di fare centinaia di chilometri per arrivare fino in Toscana come se fossi l'adepta di una qualche setta strana che si vuole ritrovare con i propri compagni di fede. La mia non è una fede, non è un credo misticheggiante, semplicemente non mangio gli animali perché sono una persona per bene che trova folle nutrirsi di carni di esseri viventi trucidati e non vede perché dovrebbe farlo. Tutto qui, la cosa più naturale del mondo. Quindi, con tutto il rispetto anche per voi che mi leggete, non è che io senta la necessità di andare in un posto dove presumibilmente ci saranno tanti vegan. Preferisco di gran lunga avere una corrispondenza di opinioni qui sul blog con tutti quelli che mi lasciano commenti e mi scrivono in privato, mi ci sento sicuramente più in confidenza.
Forse che i vegan sono esseri speciali che vanno visti perché hanno il naso a trombetta e le orecchie a punta?
Questo è il primo motivo, a prescindere dal tipo di organizzazione di questo genere di eventi. Ma è naturalmente una mia modesta opinione che lascia spazio a un dibattito in questo senso. 

In questo caso, però, nel caso di questo fest ci sono altri motivi meno soggettivi che mi fanno disdegnare l'evento come addirittura controproducente per la diffusione del veganesimo nel nostro Paese. Se da un lato fa notizia e leggo sui vari magazine generalisti notizie sulla fiera e la parola "vegan" appare come la moda del momento, mi preoccupa invece cosa accade dopo questo momento.
Oltre la moda, c'è vera informazione da quelle parti? si mantiene una coerenza, quella che il popolo chiama "estremismo" e che non è altro che coerenza, nella scelta degli espositori, dei medici presenti e dei prodotti reclamizzati?
La risposta è un no, secco. Vi invito a leggere qui per maggiori dettagli.

Le persone che ci lavorano, tutti o quasi volontari, perché lo fanno? Di norma si lavora gratis per una buona causa, per raccolte di fondi per un rifugio di animali, per la produzione di materiali atti a campagne informative, e via dicendo. Qui no. Qui si lavora gratis per un'operazione commerciale, per ingrassare e ingrossare le tasche degli organizzatori che non hanno nessuna attività animalista prevista nella loro agenda. 
I loro scopi sono esclusivamente commerciali e chi si interpone nei loro affari, anche semplicemente informando circa le loro attività, compie atto sacrilego e va punito. Personalmente, a causa di questo, nell'agosto scorso sono stata portata in tribunale. Tacciata poi di "bieca invidia", come se avessi io stessa attività commerciali da difendere e volessi assurgere ai fasti di cotanto giro di affari. Ahimè, non è così, non ho nulla. Gestisco solo, insieme a due amiche, un sito - Stiletico - dal quale non traiamo un euro bucato perché è semplicemente un sito di recensioni e non vendiamo un fico secco.

Per non dire della "certificazione" (non riesco neanche a scriverlo senza che mi venga da ridere) inventata da codesti organizzatori della fiera. Una autocertificazione, senza alcuna autorevolezza ne' tanto meno controllo, che i prodotti siano vegetali al 100%, che poi siano sperimentati o meno - nei loro componenti - sugli animali non frega niente a nessuno. Come se le certificazioni, quelle sì, autorevoli fino ad ora esistenti sul cruelty-free fossero nulla. Naturalmente, anche in questo caso, sono i denari a muovere il mondo. Paghi, io ti certifico e vai con dio. Se qualcuno non è d'accordo, si tratta di gente che non ha niente da fare, che non fa lavorare in santa pace (oddio mi ricorda qualcuno in politica...), gente intrisa di odio e rancori. Tutta qui la difesa. Perché in effetti non ce ne può essere un'altra, di difesa, solo dogmi ad uso e consumo dei più ingenui e meno informati.

Non vado - ancora  - a fiere che si fregiano del termine "vegan" come di una bandiera e poi ospitano steak house solo perché producono birra artigianale. O dove tra gli standisti ci sono venditori di piscine o materassi col bollino "vegan". L'anno scorso ricordo ancora lo spasso di trovare nel loro catalogo produttori di peperoncini e mandorle col bollino verde. Meno male. Se non fossero stati certificati, sarei rimasta per sempre col dubbio che quelle mandorle fossero fatte di sugna e quei peperoncini di lardo.
Insomma, non prendiamoci in giro e non facciamoci abbindolare da chiunque si riempia la bocca di vegan, vegan, vegan.
La nostra personale festa andiamo a farla al banco di frutta e verdura del mercato rionale. E' lì che un vero vegan festeggia: quando compra dei pomodori e magari sono pure buoni, non come quelli insipidi del banco accanto. E se avete voglia di vedere altri vegan, interessati oltre che ai materassi, anche alla difesa dei nostri compagni di pianeta, frequentate piuttosto banchi informativi animalisti nella vostra città. Se abitate in un piccolo centro e ancora non ci sono gruppi, fondateli voi.
Quelli sono i vegan interessanti da cui è bello essere circondati. Gente che non vende e non compra nulla, che si dà un gran da fare per rimediare denari per un rifugio di cani abbandonati, ad esempio, o per creare eventi senza scopo di lucro a scopo di diffusione e circolazione delle informazioni.
Il resto è fuffa. Siate vigili, siate lucidi, non siate dogmatici, non siate superficiali.




giovedì 19 aprile 2012

Plutarco, Del mangiar carne

Tu vuoi sapere secondo quale criterio Pitagora si astenesse dal mangiar carne, mentre io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l’uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto; e imbandendo mense di corpi morti e corrotti, diede altresì il nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano. Come poté la vista tollerare il sangue di creature sgozzate, scorticate, smembrate, come riuscì l’olfatto a sopportarne il fetore? Come mai quella lordura non stornò il senso del gusto, che veniva a contatto con le piaghe di altre creature e che sorbiva umori e sieri essudati da ferite mortali?

Si muovevano le pelli, le carni muggivano sugli spiedi cotte e crude, e come di vacche si udiva una voce.
Questo è invenzione e leggenda; nondimeno, è veramente mostruoso che un individuo abbia fame di esseri che ancora muggiscono, insegnando di quali animali ci si debba nutrire, mentre questi sono ancora in vita ed emettono la propria voce, e stabilendo determinati modi di condire, cuocere e imbandire le loro carni. Bisognerebbe cercare chi per primo diede inizio a pratiche simili, non colui che troppo tardi vi pose fine.

Qualcuno potrebbe dire che i primi uomini a mangiare carne furono sollecitati dalla fame. In effetti, non perché vivessero fra desideri illegittimi, né perché disponessero del necessario in abbondanza essi pervennero a questa pratica, sfrenatamente abbandonandosi a inammissibili piaceri contro natura. Anzi, se in questo momento ritornassero in vita e riacquistassero la voce, essi direbbero: "Beati e cari agli dèi voi che vivete adesso! Che epoca vi è toccata in sorte, quale smisurato possesso di beni godete e vi dividete!

Quante piante nascono per voi, quanti frutti vengono raccolti: quanta ricchezza potete mietere dai campi, quanti prodotti gustosi cogliere dagli alberi! Vi è lecito anche vivere nell’abbondanza senza il rischio di contaminarvi. Noi, al contrario, abbiamo dovuto far fronte al periodo più cupo e buio del mondo, perché ci siamo trovati in una condizione di grande e irrimediabile indigenza fino dalla nostra prima comparsa sulla terra. L’aria occultava ancora il cielo e gli astri, mescolata a una fosca e impenetrabile umidità, al fuoco e ai turbini del vento. 'Non ancora il sole' aveva assunto una posizione stabile,

né con il suo corso fisso distingueva alba
e tramonto, e li conduceva di nuovo indietro < dopo averli incoronati con le stagioni fruttifere
inghirlandate di bocciuoli: la terra era stata violentata

dallo straripare disordinato dei fiumi, e in gran parte 'per le paludi era informe'. Essa era inselvatichita da un profondo strato di melma e dal rigoglio di boscaglie e di macchie sterili. Non venivano prodotti frutti domestici e non esisteva alcuno strumento dell’arte agricola, né c’era alcun espediente della ragione umana. A quel tempo la fame non dava tregua, e il seme del grano non attendeva le giuste stagioni dell’anno. Che c’è dunque di strano se contro natura siamo ricorsi alla carne degli animali, dal momento che si mangiava il fango 'e si divorava la corteccia degli alberi', ed era una fortuna 'trovare un germoglio di gramigna o una radice di giunco'? Dopo aver assaggiato una ghianda e averla mangiata, eravamo soliti danzare di gioia attorno a una quercia o a una farnia, chiamandola datrice di vita, madre e nutrice. Quest’unica festa era nota alla vita di allora, mentre il resto era tutto un rigurgitare di turbamento e di tristezza. 

Ma voi, uomini d’oggi, da quale follia e da quale assillo siete spronati ad aver sete di sangue, voi che disponete del necessario con una tale sovrabbondanza? Perché calunniate la terra, come se non fosse in grado di nutrirvi? Perché commettete empietà contro Demetra legislatrice e disonorate Dionisio benigno, dio della vite coltivata, come se non vi venissero da loro doni a sufficienza? Non vi vergognate di mischiare i frutti coltivati al sangue delle uccisioni? Dite che sono selvatici i serpenti, le pantere e i leoni, mentre voi stessi uccidete altre vite, senza cedere affatto a tali animali quanto a crudeltà. Ma per loro il sangue è un cibo vitale, invece per voi è semplicemente una delizia del gusto".

[...]
Nulla turba comunque il nostro senso del pudore, non il fiorente aspetto di queste creature sventurate, non il fascino della loro voce armoniosa, non l’accortezza della loro mente, né la purezza del loro modo di vivere e la loro straordinaria intelligenza. Invece, per un minuscolo pezzo di carne priviamo un essere vivente della luce del sole e del corso dell’esistenza, per cui esso è nato ed è stato generato. Per di più, crediamo che i suoni e le strida che gli animali emettono siano voci inarticolate, e non piuttosto preghiere, suppliche e richieste di giustizia: poiché ognuno di loro proclama: "Non cerco di scongiurare la tua necessità, ma la tua tracotanza; uccidimi per mangiare, ma non togliermi la vita per mangiare in modo più raffinato". Che crudeltà! E’ terribile vedere infatti imbandite le mense dei ricchi, che usano i cuochi, professionisti o semplici cucinieri, come acconciatori di cadaveri; ma ancor più terribile è vedere quando esse vengono sparecchiate: perché gli avanzi sono più abbondanti di quanto è stato consumato. Queste creature dunque sono morte inutilmente!


(Plutarco, Del mangiar carne, trattati sugli animali, ed. Adelphi, Milano, 2001, a cura di Dario del Corno, traduzione di Donatella Magini)

martedì 10 aprile 2012

Grotesque

Di ritorno da una scampagnata in campagna, con picnic, ripensavo a cose dette e ascoltate e un pensiero mi sovveniva: quello della figura dell'Antigrazioso in arte nel XX secolo. 
Mi riferisco in particolare a due opere. La prima è l'Antigrazioso di Carrà, dipinto nel 1916, definito come "semplificazione mostruosa e quasi grottesca della realtà in una totale astrazione temporale".  La seconda, stesso titolo e di pochi anni prima, ma questa volta di Boccioni, è una scultura originariamente in gesso e poi riprodotta in bronzo. Boccioni produsse anche un dipinto dall'identico nome. Anche qui è ritratta una figura deforme.

Perchè vi tedio con siffatte riflessioni che appaiono a occhio ignaro come divagazioni oziose da siesta post-prandiale? Ora vengo al punto.
E' che sono stata investita come da un'onda anomala da quel senso del grottesco che, applicato all'essere umano, mi fa patire come una febbre, come un'insolazione, come - forse più appropriatamente - una desolazione.
Non sono assidua frequentatrice di consessi umani, tendo a una vita piuttosto ritirata. Dal momento che già per lavoro sono obbligata a frequentare umanidi in grande quantità (e non tutti di cattiva fattura, per mia fortuna),  nel tempo libero preferisco la compagnia dei miei cani e dei miei gatti o comunque di pochi altri (bipedi).
Quando mi ci ritrovo in mezzo e si finisce giocoforza a parlar di cosa si mangia, di come si vive, di cosa si pensa, mi accorgo del gap comunicazionale - per usare un termine che forse non esiste - ma soprattutto etico, filosofico, estetico che mi divide dalla maggior parte della popolazione.
Come ho già avuto modo di ribadire, non me ne pascio e cambierei mille e mille volte questo senso di altera solitudine con l'essere una dei tanti di una moltitudine di persone che non uccidono, che non sbranano, che non divorano nessuno. Perché con un eventuale e da molti vagheggiato "senso di superiorità", come dire, ci faccio la birra. Sai che spasso. 

Una delle immagini che più mi ha colpito nella giornata, come in un film (mi si staglia nella mente come...avete presente un piano americano?) è stata quella di una persona del simposio umano di oggi che così parla: Ho sempre collegato la sensualità, il sesso con la buona cucina, grassa, ricca, con la passione nel mangiar la carne (il tutto accompagnato da un gesto come a sbranar tranci di qualche animale). Come si fa a pensare al sesso, alla sensualità in genere,  mangiando vegetariano?

E qui torna in campo la figura dell'antigrazioso. Ma vabbè, lasciatemi parlare, sono pensieri miei, a ruota libera. Dunque, dicevo, ho la fortuna di non aver vissuto la mia vita da adulta da carnivora, dal momento che dal giorno del mio 18° compleanno sono diventata vegetariana, per cui non riesco neanche a immaginare - neanche nel peggiore dei miei incubi - un approccio "sensuale" da alcuna delle parti  seguiti o preceduti da una mangiata di brandelli di carni animali.
Magari con ancora le mani imbrattate di sangue (se poco cucinati) o di unto, magari con qualche cicciolo tra i denti, guardare con cupidigia il mio commensale e collegare al corpo del bovino o degli uccelli che sto ingerendo il corpo del concupito, no, non mi è mai accaduto. 
Pensavo potesse succedere solo, che so io, a Vitellozzo, insomma a quei personaggi da locanda medievale per i quali mangiar animali smembrati era sinonimo di opulenza in tempi in cui opulenti erano solo i ricchi (già malati di gotta) e quindi di festa,  di consesso carnale.
Certo, una sensualità un po' da Conte Ugolino.


Sapevo che i profumi delle spezie, delle erbe, i colori, le nuances di sapori, potessero fungere da afrodisiaco, ma non che lo sbranar con mani e ingerire corpi altrui richiamasse alla copula. Per non parlare degli aliti e delle eruttazioni a seguire, ma tralasciamo.

Ancora, una sequela di FAQ, che, per carità, ci stanno, tra persone che non hanno mai avuto il sentore di un modo di vivere diverso. Ma quando non supportate, le FAQ, da alcun sostegno scientifico ma solo da dicerie di zie e dall'appellarsi a una cultura, una tradizione che ci appartiene, beh, che FA (frequent answers) dai? Tutto cade in un calderone di luoghi comuni così radicati che nulla entra e nulla esce.
Quando mi viene detto che l'uomo è onnivoro e io sono lì, in mezzo a chi lo sostiene, dimostrando mediamente dieci anni di meno (mi vergogno a ribadirlo, ma...), con mie coetanee intorno che spesso appaiono come mie genitrici, con evidenti segni di decadenza fisica (spesso di pari passo con quella morale) e problematiche mediche manifeste. Io, che ho vissuto gran parte della mia vita da vegetariana e da vegana, dunque, non sono testimone di nulla? Giusto, infatti mi è stato detto che dipende dal fisico, non per tutti è così. Come se uno nascesse con un fisico senile ed è dunque più sfortunato di altri? Come se uno quella fisicità non se la costruisse vivendo con decenza, soprattutto nei confronti degli altri esseri viventi e poi nei propri confronti?
No, se magna come se non ci fosse un domani, bando a qualunque senso di pietas, neanche il più elementare, e poi ci si stupisce nel ritrovarsi un corpo sconosciuto o semplicemente ci si rassegna. Ho sentito molti dire beh, è normale, con l'età si ingrassa, la pressione sale, il colesterolo avanza, la cistifellea va in pappa. Ma chi l'ha detto?! E poi, l'età che avanza, sarebbe...a 40 anni?

Apro tra l'altro parentesi riguardo al tema "tradizione", termine il cui solo suono  fa rizzare i capelli che ho in testa. Purtroppo, richiama alla mia mente soprattutto accezioni negative, che vanno dalla consuetudine dell'incesto alle condizioni di vessazione delle donne, al lavoro minorile, e così via. Buon selvaggio? No, grazie. Questa visione della tradizione come di un diktat a cui sottoporsi mi fa pensare che se una donna nera, tanti anni fa, non fosse andata contro la "tradizione" di cedere il posto ai bianchi, in America, forse ancora saremmo alla segregazione razziale. 

Invece, per i più, nessun dubbio, granitiche certezze, nessuno scartamento di lato, nessuna uscita dai binari prestabiliti.

Avrei tante cose da raccontarvi, ma mi accorgo che l'ho tirata lunga. Basta così.

lunedì 9 aprile 2012

A chi si ribella

Ospito oggi lo scritto di un amico conosciuto tramite queste pagine. Questo anche per ricordarvi che il mio blog può ospitare le vostre riflessioni. Ne sono onorata, come è d'uopo quando si ha un ospite in casa.


A chi si ribella
A chi sa che fra un po’ dentro la scatola dei diritti non ci sarà più niente
a chi paga tasse che non bastano mai, perché gli evasori sono troppi e se la ridono
a chi è salito sui tetti, perché per terra non lo cagava più nessuno
a chi si oppone ai marchionni, casual di fuori e gerarchi dentro, che pretendono servi muti e striscianti
a chi non vuole più altre “grandi opere” perché gli bastano quelle già fatte: grandi solo di corruzione, scempio e debiti che lasciano ai neonati
a chi ha osato alzare la testa contro una dirigenza arrogante protetta da divise e lacrimogeni
a chi pretende un orizzonte certo e invece la Gelmini gli propone solo un precario surrogato
a chi è stanco di raccogliere pomodori al prezzo degli schiavi
a chi vuol smettere di stare in dieci in una casa per due
a chi non sopporta più di aver paura di camorristi, polizia e ronde
a chi inoltre è anche donna e quindi per lei tutto è anche peggio
a chi non accetta di far carriera come ruffiano o troia, o le due insieme che è ancora meglio
a chi è incazzato perché ogni giorno gli rubano un po’ di vita e quindi, volendo, dovrebbe poter capire noi: quelli a cui la negano del tutto.


Con la complicità passiva di una massa narcotizzata dalla TV e che non ammette di trovarsi già con un piede nel mattatoio dei vinti, vi state avvicinando alla nostra normale condizione di vita. Il secondino ogni giorno vi accorcia la catena, negandone la lunghezza che aveva ieri. Di questo siamo esperti: a noi i diritti li hanno macellati migliaia di anni fa e non ce li hanno mai più restituiti. 

Da allora, complici le religioni, ripetono che non li abbiamo mai avuti, che siamo a completa disposizione del genere umano. Da allora viviamo sopraffatti, bastonati dai ricchi e dai poveri, dai generali e dai soldati. Rappresentiamo l’allenamento umano alla repressione, la forma primitiva di sfruttamento resa poi “normale” da secoli di ripetizione. Per migliaia di anni l’uomo ci ha massacrato per farsi la guerra, ci ha frustato affinché trainassimo il suo progresso fasullo e ora continua a pagare il conto ammazzandoci.

Mentre giustamente urlate contro chi recinta il vostro futuro col filo spinato, pensate ai miliardi di bestie internate che urlano e che nessuno vuol sentire. Allo sfruttamento assoluto dei più deboli di tutti.
Non dimenticatevi dei senza tutto, senza voce, senza sindacati, senza bandiere, fecondati a forza, costretti a nascere, a crescere orfani, castrati, sbeccati, ingabbiati, munti, spiumati, incatenati, venduti ed infine spellati e fatti a pezzi.

Per voi il pestaggio schifoso della Diaz è stato definito “macelleria messicana”: per noi il mattatoio non è una metafora, ci ammazzano sul serio, ogni giorno a milioni, gli italiani, i messicani e tutto il resto del mondo, e nessuno processa nessuno. Per voi la prigione arriva dopo un processo, magari un processo che fa schifo, ma per noi l’ergastolo arriva subito, senza colpe e senza appello, appena nati. Per voi la pena di morte non c’è,
nemmeno per chi brucia operai o fotte bambini e poi li sotterra: per noi esiste in tutti i paesi, anche nei più civili. 

Per voi l’aspettativa di vita è tale da mettere in discussione le pensioni: per noi normalmente è ridotta a un decimo e per come ci trattano gli allevatori è meglio così. Su di voi le terapie si accaniscono anche quando siete ridotti a larve: a noi ci ammazzano giovanissimi e in piena salute. Per voi lavorare può essere anche pericoloso: per noi è sempre fatale. Per voi le morti sul lavoro sono una vergognosa percentuale da ridurre: a noi ci ammazzano tutti. Per noi il lavoro è morire.
Quando urlate a chi vi rinchiude o vi bastona - “ non siamo animali, non potete trattarci così ” - implicitamente ammettete che possano farlo a noi, consci che sfruttamento e prigione sono esercizi esclusivamente umani. Nessuna bestia pianifica la nascita, la reclusione e la morte di un’altra specie.
E tutto ciò avviene non per questione di vita o di morte di chi ci mangia o ci strappa la pelliccia, ma per il lucro cospicuo di chi alleva e commercia e per il gusto o la vanità di chi compra.

E, paradossalmente, tutto avviene anche col contributo di quegli oppressi che, preoccupati esclusivamente della propria difesa, contestano gli oppressori continuando, tranquilli e con cieca incoerenza, a divorare altri oppressi ridotti in polpette.
Siamo condannati a morte per il disinteresse globale di padroni e servi e per soddisfare lucro e palato. E per ingrassare l’attitudine al non pensare.
Forse non ve ne rendete conto, ma noi, da sempre, vi siamo molto vicini. Se aprite il vostro frigorifero noi siamo lì, nell'unico posto in cui troviamo pace.

Walter Giordano

domenica 26 febbraio 2012

Hemingway nell’arena

Non è la prima volta ne' sarà l'ultima che posto qui articoli di blogger che stimo per lucidità, per intelligenza, per condivisione di intenti. Quando qualcuno di loro esprime magnificamente ciò che io stessa vorrei scrivere è inutile produrre altro, come in questo caso. E' da ieri che giro intorno a questo argomento, cerco parole, cerco ragioni e non ne vengo capo. Claudio ha cercato e trovato prima e meglio di me. Leggetelo.

Hemingway nell’arena

La cultura serve all’imbecille per legittimare intellettualmente la propria imbecillità.
Quando si parla di violenza sugli animali, i suoi più strenui difensori sono quelli più istruiti, specialmente se progressisti. Con i mezzi dialettici e la protervia forniti loro da lauree e letture,  costoro fanno puntualmente appello a chissà quali principi filosofici per giustificare la propria brama di pancetta.
Il bifolco ha molta più onestà intellettuale. Lui, almeno, con un po’ di senso della dignità, ti dice nudo e crudo: “A me le sarsicce me piaciono, cor cazzo che smetto de magnalle. Chissenefrega dell’animali”.
L’intellettuale progressista no. Lui è di Sinistra, lui ha una coscienza critica e un senso etico, a lui stanno a cuore le disparità sociali ed i problemi ambientali, quindi non potrà mai ammettere il suo mero egoismo. Attraverso acrobatici e sofisticati – nel senso alimentare del termine – eurismi accademici, tenterà di convincerti – e soprattutto convincersi – che lui non continua a mangiare pajata soltanto perché gli piace, no: lui mangia pajata per un ideale.
L’intellettuale farebbe di tutto per difendere le sue grigliate di pesce conservando la propria illusione di superiorità etico-intellettivo-culturale. Tecniche di autosopravvalutazione.
Ti dirà che per noi è necessario mangiare animali, perché siamo onnivori. Gli dici che no, non siamo onnivori, bensì frugivori adattabili, come la maggior parte dei primati. Perché sì, nonostante il nostro cervello in grado di creare un microchip, siamo nient’altro che dei primati. Ricercatori universitari, geniali artisti, dotti scienziati, uomini in carriera, sappiatelo: siete dei primati. Tanta fatica, tanto studio, e rimanete egualmente degli oranghi spelacchiati nati senza ragione su un sassolino buttato in un angolo sperduto a caso nell’universo in espansione verso il Big Crunch. Dura da mandar giù, eh? Ma fatevene una ragione come me la sono fatta io: siamo scimmie con il pollice opponibile, e neanche tra le meglio riuscite.
Che poi questi qua comprano la bistecca al supermercato, vanno a casa, la consumano al tepore di un camino davanti alla televisione e si sentono simili a un leone, a un puma, a un giaguaro.
Immagino il risentimento di un leopardo: “Ehi! Così non vale! Io mi faccio un culo così per un pezzo di carne a settimana!”.
Allora l’intellettuale ti accuserà di sentirti migliore, mentre in realtà sei egoista quanto lui perché: “E allora le piante?”. Ma sta fingendo, perché lo sa benissimo anche lui che esistono tre regni biologi ben distinti: minerale, vegetale, animale. E che dunque dire: “Che differenza c’è tra un coniglio e una carota?” è come dire: “Che differenza c’è tra le zucchine e la ghiaia?” o ancora: “Che differenza c’è tra mio zio e uno scoglio?”. A meno che lui non sbucci il coniglio ed accarezzi la carota, ovvio.

Pretentious zombies 

Magari gli rispondi che la stragrande maggioranza dei vegetali viene coltivata per foraggiare gli allevamenti, e che quindi, smettendo di mangiare prodotti di origine animale, ne beneficiano anche le piante. Ma è la logica alla base della sua osservazione ad essere quantomeno pirotecnica. Egli infatti ti sta praticamente dicendo: “Visto che qualche essere vivente lo dobbiamo uccidere, tanto vale ucciderli tutti”. Che è un po’ come dire: “Visto che per rifare il bagno devo buttare giù un tramezzo, tanto vale demolire la casa”.
L’impatto zero non esiste: il solo fatto di venire al mondo di un individuo di qualsiasi specie, comporta il danneggiamento e la distruzione di altri e di parte dell’habitat. Ma ho sempre reputato assodata la saggezza del “limitare i danni”.
Probabilmente il progressista continuerà sostenendo che sì, gli allevamenti intensivi sono una mostruosità, ma seguendo il metodo di una volta, in campagna, col contadino amorevole, è tutta un’altra cosa e all’animale spetterebbe “la dolce morte”. “La dolce morte”: “il tumore carino”, o l’eutanasia praticata su uno che sta bene, o il suicidio di uno non consenziente.
Sono sempre stato contrario all’aggiunta dell’aggettivo intensivi quando ci si esprime contro gli allevamenti. Come se essere ammazzati nella Vecchia Fattoria o nella Casa nella Prateria fosse tutta un’altra cosa. Intensivi o virgiliani, la segregazione, lo sfruttamento e l’uccisione non sono mai arcadici. Personalmente, so di non voler essere ammazzato né in galera né nella Playboy Mansion. Quando qualcuno mi parla di quanto sia accettabile morire nella stalla di Metastasio, gli faccio una proposta: “Ora ti lascio vivere libero. Viaggi, trombi, ti diverti, dormi, ti finanzio una vacanza lunghissima. Poi tra cinque anni ti sparo in testa, non sentirai nulla. Ti sta bene?”. Non accetta mai nessuno.
Forse si giocherà la carta dell’onnivorismo proletario: “Un povero non potrebbe permettersi di essere vegano!”. Un chilo di fagioli della tipologia più pregiata, un euro; un chilo di carne, la più economica, quella di scarto, cinque, bene che vada. Quello è un intellettuale che non suole fare la spesa.
E non ci si dimentichi dello strumento dialettico prediletto del vero democratico: il relativismo voltairiano. “Voi fate proselitismo. Tu sei libero di non mangiare la carne, è una tua scelta che rispetto, ma non puoi pretendere che lo faccia pure io. Anche tu devi rispettare le mie opinioni ed il mio modo di vivere”. Non si comprende che tra me e te c’è un terzo che ci rimette: se io smetto di mangiare carne ma tu no, il maiale muore lo stesso. Non si tratta di un’oziosa querelle puramente teorica tra due parti: c’è una terza parte che viene accoppata sul serio. “Tu sei libero di non stuprare quella donna, ma non puoi impedire a me di farlo”.
C’è anche l’argomento individualista: “La gente diventa vegana per moda”. Al pollo non interessano i motivi per i quali non lo ammazzi: ciò che gli preme è unicamente che non lo ammazzi. Anche a me, non è che mi importi granché sapere se il portinaio non mi spara per radicate convinzioni morali o soltanto per quieto vivere o per convenienza o per non finire in galera: l’importante è che continui a non spararmi.
Infine, l’intellettuale concluderà che lui è un umanista e non trova giusto equiparare il dolore degli animali a quello degli esseri umani, noi antispecisti pratichiamo una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Ma, tendenzialmente, ad usare l’argomentazione “con tanti esseri umani che soffrono, voi pensate agli animali!” sono sempre quelli che non si interessano né agli animali né agli esseri umani.
E poi ci sono le gloriose tradizioni: il Palio di Siena, la corrida, ‘ste cose qui. E a questi eventi l’intellettuale ci tiene particolarmente.
Anche in questo caso, il bifolco brilla per sincerità: “All’ippodromo e a la corrida me tajo da le risate”. Non la tira troppo per le lunghe.
L’intellettuale progressista no: l’ippodromo lo incendia, e riguardo la corrida, ad esempio, ti parlerà delle usanze secolari, millenarie, dell’enorme importanza culturale della conservazione dei riti ancestrali, del tema della rimozione della Morte nella cultura occidentale, della globalizzazione a cui la corrida si oppone, della dimensione mitico-simbolica della sfida Uomo-Natura, e di tante altre questioni “troppo complesse” per essere affrontate sbrigativamente. Ti dirà che sei un ignorante, perché pensi che il toro venga drogato e invece non è vero; perché confondi i banderilleros con i picadores; perché sei convinto a torto che sia un bieco intrattenimento ludico, mentre invece si tratta di un rituale dall’alta valenza storico-culturale. Quindi informati, poi parla.
Penso al toro.
TORO Cazzo, adesso mi drogate, poi mi fate massacrare dai banderilleros e poi mi trucidate per divertimento!
SPECIALISTA Ma no, ignorantone! Prima di tutto, non ti droghiamo affatto; in secondo luogo, a massacrarti sono i picadores; ma ciò che conta più di tutto il resto è che ti trucidiamo per un profondo valore storico-culturale.
TORO Ah, allora va bene.
Ecco, se uno vuole accoltellarti e tu lo implori di non farlo, quello ha tutto il diritto di dirti: “Ma taci, ché non sai niente sulle pratiche di accoltellamento, sulla loro storia e sul rapporto uomo contro uomo. Lo sai che tipo di lama è questa? Non lo sai. Lo sai di che materiale è fatta? Non lo sai. Lo sai da dove deriva il gesto con cui intendo spanzarti? E allora che parli a fare?!”. Pertanto, in quei casi, con umiltà, è bene ammettere la propria insipienza in materia e farsi accoltellare con entusiasmo, perché è un’esperienza che può arricchire molto intellettualmente parlando.
Quello che i dotti sostenitori della corrida si ostinano ad ignorare è che al toro, della rimozione della Morte nella cultura occidentale, del valore sociale del rito, della globalizzazione, della diversa concezione del dolore in Savater e Singer, nun je ne frega ‘n cazzo.
Voi l’avete mai visto un cinghiale che legge Lévi-Strauss? Io no.
E pure i puledri del Palio di Siena mi sa che della storiografia urbana, mi sbaglierò, ma se ne sbattono i rognoni.
Coinvolgere gli animali nei nostri interessi è l’unica vera antropomorfizzazione degli animali.
Io sarei favorevole alla globalizzazione dell’intelligenza.
Le tradizioni popolari violente che prevedono l’utilizzo di animali hanno da sempre suscitato l’interesse di prestigiosi intellettuali. Tra quelli che amo di più, mi sovvengono Eugenio Montale appassionato del Palio di Siena, Guillermo Arriaga cacciatore, Ernest Hemingway maniaco della corrida.
Ho imparato presto che il talento non ha niente a che vedere con la sensibilità. I grandi scrittori, i grandi artisti, sono in fondo persone che sanno fare bene qualcosa, possiedono un dono naturale, una tecnica, né più né meno di chi è portato per il bricolage o è bravo a giocare a pallone.
Per un uomo colto, però, ritengo il suo sapere un’aggravante della sua mancanza di empatia, dal momento che avrebbe tutti gli strumenti cognitivi per comprendere le pecche della barbarie.


Ma voglio dare, che so, agli eruditi amanti della corrida una possibilità di ottenere il mio rispetto.
Sicuramente, in giro per il mondo, da qualche parte, in qualche tribù, si staranno ancora facendo dei  sacrifici umani, riti ancestrali che provengono da un passato antichissimo e che perciò hanno un’enorme significato culturale.
Ecco: il giorno in cui vedrò uno di questi istruiti sostenitori della tauromachia offrirsi volontariamente per essere massacrato, trucidato, ammazzato in un rito di sangue al fine di sostenere con i fatti e in prima persona l’importanza socio-culturale della conservazione dei rituali arcaici che mettono al centro la Morte permettendone la prosecuzione, non solo ricomincerò a mangiare animali e prodotti di origine animale, ma comprerò il biglietto per andare a vedere la corrida, ne diventerò indefesso sostenitore a mia volta e cercherò persino di diventare picador o banderillero, o al limite allevatore di tori de lidia.
Fino a quel momento, però, mi riserverò di considerarli nient’altro che vigliacchi scolarizzati.
Se no è troppo facile. “Il rituale ancestrale, la rimozione della Morte”, e poi tu in poltroncina a prendere appunti per il prossimo libro mentre quell’altro si becca le lame in corpo nell’arena? E no, eh. Comincia a prendere le coltellate tu o a frantumarti addosso alla parete di una curva per consentire ad un altro preparatissimo autore di celebrare la nobiltà di certe usanze, poi mi racconti cosa si prova a stare dall’altra parte.
Dice il saggio: “So’ tutti froci col culo dell’altri”.
“Mettete sullo stesso piano uomini e animali, è indecente”. È vero: in effetti nessun toro ha mai pagato un biglietto per vedermi sgozzare da qualcuno.
È sufficiente capire una cosa semplicissima: un pollo, nella sua diversità, è più simile a noi che a un ferro da stiro.

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