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sabato 2 febbraio 2013

Culti alimentari, frange estreme, tinte religiose

Anche quando ne parlano bene, ne parlano male. Del veganismo, intendo.
Leggevo l'altro giorno uno stralcio di giornale pubblicato su Facebook dove si parlava di una serata con cucina vegan a cura della Lav di Trieste e più in generale di cosa mangiano i vegan, non solo insalatine, e compagnia bella. Che bello, direte voi. Si, ma...

Il malcapitato giornalista, probabilmente ignaro fino al momento della compilazione dell'articolo anche della mera esistenza dei vegan, si inerpica sin dall'inizio in una spericolata disquisizione sulla "filosofia" vegan, sottolineando concetti come "astinenza" (se penso a quello che ho ingurgitato oggi, non riesco a far rientrare il termine astinenza in nessuna fase della giornata, casca male, sarà che ho fatto pure 15 km di camminata e non so cosa sono riuscita a divorare, sia prima che dopo), eventuali "tinte religiose", "culto alimentare" e altre castronerie del genere.
Fino al consueto definire i vegan come la "frangia estrema del vegetarianesimo", alè.
Insomma, dei matti. Dei soggetti che io fuggirei come la peste, a fidarmi di questa descrizione a tinte fosche. Gente che veste caffettani e calza cioce primitive, che danza intorno a un fuoco ove bollono cavoli e patate, inneggiando a una qualche deità a forma di melanzana e celebrando rituali degni di Obelix, magari abbracciati a un menir. Con tanto di Assurancetourix  declamante poesie e sonando ballate,mentre gli astanti si apprestano in religiosa contrizione a sbocconcellare pommidori.


Gente che quando piove indossa camicioni bianchi e coroncine di fiori sul capo, possibilmente adorno di riccioli biondi, e danza compulsivamente per le strade con occhi riversi al cielo?
Nessuno dei vegan che conosco assomiglia anche in minima parte a questo genere di soggettoni. Anzi, e non è necessariamente un vanto, la maggior parte dei miei conoscenti è gente dalla spiritualità piuttosto carente, almeno nel senso più comunemente e retoricamente accettato, di appetito vigoroso e "tradizionale", gente che se gli servi lo zucchino bollito  te lo tirano dietro e non a mo' di boomerang, pretendendo ben più vigorosi piatti di pasta e fagioli, fiaschi di vino e ateissime bruschette all'aglio.

Gente che vive nel secolo, impiegati, artigiani, studenti, etero, gay, giovani, adulti, anziani, gente che non distingueresti per strada da un onnivoro se non per un aspetto visibilmente più in salute, difficilmente dall'aspetto  rubizzo, da infartuandi per intenderci, o con pance degne di gravidanze, anche se trattasi di individui di sesso maschile. O, se nel caso fosse mantenuta l'apparenza, dall'odore solforoso della pelle (lo so, nessun onnivoro ci crede, ma sfido un vegano a non sentir puzzo di zolfo accanto a chi ha appena mangiato galline o loro secrezioni).

tipo esponente del culto vegan (peraltro mi è pure simpatico)

Se penso - ad esempio - alla mia amica Francesca, con cui ho la ventura di condividere gran parte della mia giornata, essendo noi colleghe di lavoro, credo che lei sia esattamente l'opposto di quella descrizione esoterica:  sobria, madre di famiglia, dissacrante quanto basta, non saprei come immaginarla parte di una "frangia estrema" di qualunque cosa. 

Non ci siamo proprio. Cosa è estremo e cosa è anomalo? E' dunque" normale" che a qualcuno venga l'acquolina in bocca al cospetto di un cartellone pubblicitario di un supermercato per strada, come quello che ho visto inorridita un paio di ore fa tornando a casa, in cui si mostrano brandelli di carni di un agnello da latte e la promozione in corso per acquistarlo?
Un agnello da latte. Un prezzo. Una promozione.
Per gente "normale". Non per frange estreme.


P.S. Una postilla: tra i miei conoscenti, vegan, e parlo in particolar modo di persone di cui ho grande stima, non ci sono solo atei e agnostici, ma anche cattolici, induisti, islamici (incredibile ma vero), protestanti, hare khrisna, e così via. Questo a dimostrazione della grande eterogeneità della "setta vegana".



lunedì 17 dicembre 2012

Ancora sulla tradizione

E' periodo questo di ripresa di annose questioni, come si diceva nel post precedente a questo. Sono argomenti che vengono spesso discussi, ma evidentemente mai abbastanza.
Abbiamo parlato del costo dell'alimentazione vegan, e va bene. Ma c'è un'altra discussione in sospeso ed è quella che riguarda le associazioni, gli enti, etc. che si occupano di salvaguardia degli animali (di certi animali, a quanto pare, con dei distinguo) e che organizzano cene di raccolta fondi a base dei suddetti (animali), ormai belli e che morti e cotti per di più. Nonché il fatto che la maggior parte delle persone che ne fa parte, di queste associazioni o enti,  i volontari e non solo, siamo mangiatori abituali di codesti animali.

cena a base di animali a difesa degli animali?!
In pratica, si occupano del benessere di cani, gatti e pochi altri, ma i vitelli, le mucche, le pecore, i maiali, certi uccelli, invece, li sbranano. Forse non li uccidono personalmente (sebbene talvolta accada, si vedano alcuni componenti di WWF e altre organizzazioni similari), ma in ogni caso condonano che altri lo facciano per loro.

Ancora, si è dato il caso di persone vegetariane appartenenti a questo tipo di enti che in caso di cene di beneficenza abbiano organizzato non cene esclusivamente vegetariane (che dovrebbero essere poi vegan, visto il trattamento riservato di norma agli animali per produrre latte e uova), ma cene miste, con opzione vegetariana e opzione carnivora.
Perché se no, altrimenti, la gente non aderirebbe a queste cene e quindi niente fondi per l'associazione. Dunque, si parla di salvaguardia di animali mentre si mangiano animali. Curioso, vero?! E magari si condona e giustifica tutto questo perché in determinate località la tradizione millenaria è quella di mangiar cadaveri e secrezioni animali. Località abitate da  persone che come automi, come dischi rotti non vogliano far altro che perpetuare queste tradizioni.

Pasta di grano duro (Puglia)
Allora, senza batter ciglio, ripeterò un concetto più volte espresso qui e altrove. Anzi, due concetti.
Primo: l'umanità non si è estinta non certo grazie alle carni animali, da sempre cibo per i più facoltosi, sempre in netta minoranza in tutte le popolazioni del nostro pianeta. Carni animali da sempre mangiate dalla stragrande maggioranza degli individui solo nelle feste comandate, ai matrimoni, a Natale e a Pasqua, se andava bene, se no neanche allora. I ricchi da sempre sono stati decimati da quelle malattie che oggi colpiscono gli abitanti dei paesi occidentali: gotta, ipertensione, malattie cardiovascolari, etc.
Se i poveri erano malnutriti non era questione di carne, ma di poca disponibilità di cibo in generale, ma non ci siamo estinti proprio grazie a legumi, cereali, frutta secca e disidratata e altri cibi "poveri". Il nostro Paese non fa eccezione. I nostri antenati si sono nutriti quotidianamente, a seconda delle regioni d'origine, di polenta, di ceci, di lenticchie e fagioli, di riso e di pasta, di semi, di frutta, etc. 

Coltivazione del riso in Sardegna
Quel poco di origine animale spesso era addirittura praticamente senza poteri nutrizionali importanti, come certe frattaglie che ora sono vietate perfino agli animali domestici. Perfino dei parenti sardi, isola dove ora sembra non si mangi altro che suini e cacio, mi hanno ricordato che i loro avi si nutrivano sostanzialmente di ceci e riso locale e piselli.
In fondo, poi, vale la pena ricordarlo, le popolazioni più longeve sono da sempre state quelle con alimentazioni a base vegetale.

Preparazione della polenta (Veneto)
Ingredienti per la pappa al pomodoro (Toscana)










Pasta con la mollica (Molise)
Ergo, in tutte le regioni italiane c'è una tradizione di ricette vegetali e sono probabilmente le più vere, le più antiche. Solo che sembra che tutti se ne siano dimenticati, ricordando solo ciò che veniva servito durante banchetti in occasioni particolari. 
Di quei piatti pare non ce ne sia più traccia nella memoria, se non in sporadici casi, e chissà come mai ora per ricette tradizionali si intendano solo quelle a base di animali e loro secrezioni.

Secondo: basta con questa storia delle tradizioni solo quando fa comodo! Allora, per tradizione, picchiare la moglie, farsi cavare un dente senza anestesia, violentare la nipotina, mandare i bambini nelle miniere dovremmo considerarli come patrimonio culturale da preservare?!

tradizioni: carusi in miniera

Preservare la salute fisica e psichica dei bambini non ha una lunga tradizione, ad esempio. Prima i bambini erano braccia da lavoro, corpi da violare senza ritegno, merce di scambio. Ora non più. Farsi operare senza anestesia, morire di parto era la regola. Ora non più.
Allora, come la mettiamo con questa tradizione? Il mondo, le persone, tutto si evolve, tutto e tutti abbiamo il dovere e il diritto di evolversi. Perchè allora  altrimenti non dovremmo mantenere viva anche la tradizione dei gladiatori sbranati dalle fiere nei colossei?

Non sottovalutiamo la capacità degli esseri umani di modificare le proprie (turpi) abitudini. Diamo un esempio, cerchiamo di farci avanguardia, non adeguiamoci a tradizioni sanguinarie solo perché lo fanno tutti. Se tutti fossero stati così conformisti, saremmo ancora all'età della pietra o poco innanzi.
Ai corsi di cucina e alle cene vegan io vedo sostanzialmente onnivori, curiosi e interessati, anche quando queste iniziative sono organizzate non in grandi città come Roma o Milano, ma anche là dove si mangia sostanzialmente in maniera cruenta. Eppure, la gente legge, vede la televisione, si interessa, non è lobotomizzata come ci vogliono far credere. Non completamente e non tutti, almeno.
E per me, tornando all'argomento di questo post, sì, lo ribadisco. Un ente che si fa promotore del benessere degli animali - ma solo di certi animali  - organizzando cene con animali nei piatti si gioca la faccia, anzi, la perde proprio e non avrà mai il mio appoggio. La trovo poco seria, come minimo.



venerdì 14 dicembre 2012

Sempre una annosa questione

Non ricordo se e quando ne abbiamo già discusso, ma ripropongo una antica questione più volte riproposta anche in altri luoghi, su Facebook in primis anche oggi stesso.
Molti onnivori e molti vegan sono convinti che mangiare vegan sia assolutamente più costoso che non mangiare in maniera "tradizionale", se per tradizionale intendiamo una alimentazione a base di carni, pesci, formaggi, salumi e - mi auguro - comunque frutta, verdura, cereali, legumi, etc.

Non so da dove deriva questa diceria, o meglio lo sospetto. Alcuni vegan (ma non solo, perchè anche alcuni onnivori lo fanno) comprano quasi esclusivamente in negozi bio sullo stile dei Naturasì per intenderci, sorta di boutique alimentari dove ogni caso ha un prezzo in quasi tutti i casi molto più alto della media.


Un esempio: se mezzo chilo di fagioli o ceci secchi bio alla Coop lo pago 1,30 o giù di lì, facile che in una di queste boutique le paghi il doppio, pur sempre con bollino AIAB e compagnia bella.
La pasta integrale e/o bio alla Coop la pago come le altre paste, talvolta anche meno, mentre in quei negozi di nicchia la pago due volte tanto. E così via.
Quanto a seitan, tofu, etc. non solo non sono indispensabili alla nostra alimentazione quotidiana (io preferisco mangiar mediterraneo, più che giapponese, anche se non disdegno di tanto in tanto qualche preparazione a base dei suddetti prodotti) ma si trovano a prezzi più che decenti anch'essi nei supermercati tradizionali, a volte anche nei discount. 
In ogni caso, seitan e tofu anche tra i più cari non uguaglieranno mai la spesa di formaggi e salumi e carni, per non dir dei poveri pesci, che sono carissimi, almeno per me. Tanto da domandarmi spesso quando guardo un carrello davanti a me alla cassa come diavolo faccia una famiglia media a sostenersi con quei costi.
Il latte di soia&riso bio di cui faccio uso quotidiano lo compro all'Eurospin a un euro e 19 centesimi, quello di soia bio alla Lidl per meno di un euro. Non ho idea di quanto costi il latte vaccino, in ogni caso sicuramente quelli vegetali nei negozi bio costano di più.
L'orzo solubile con cui faccio colazione è bio, a marchio Conad o Coop, e costa intorno a un euro e 40 (stesso prezzo dei biscotti integrali bio sempre Coop), mentre al Naturasì non l'ho mai visto a meno del doppio.
I biscotti bio al mirtillo senza zucchero e dolcificati con malto di cui andiamo matte io e le mie colleghe li compriamo al Todis per un euro e 69 per 250 gr. (senza contare che in genere nel w.e. faccio con le mie mani biscotti per tutta la settimana a costo talmente irrisorio, pur usando ingredienti bio, che neanche riesco a fare il conto della spesa!)
Gli sfizi che ci concediamo come ad esempio gli affettati di muscolo di grano li abbiamo sempre comprati direttamente dal produttore. Una confezione di pizzottera affumicata (mi pare siano 4-5 fette sostanziose) non costa più di due euro, 1,99 se non erro. Mentre in un paio di negozi ho visto qualcosa di simile a 3 volte il suo prezzo.
Potrei andare avanti per parecchio, ma non vi voglio tediare con gli esempi. Sono sicura che la maggior parte di voi è abbastanza sveglio per non farsi infinocchiare da prezzi assurdi quando non necessario.


Facciamo anche un doveroso distinguo. Essere vegan non significa automaticamente mangiare bio. Tra i vegan ci sono quelli che mangiano preferibilmente bio, come ci sono tra gli onnivori. Ma mangiare vegan significa semplicemente mangiare vegetale al 100%, tutto qui.
Per quanto mi riguarda sono tra quelli che preferibilmente compra bio, ma non nei negozi specializzati, se non  per qualche eccezione che trovo solo lì, come il lievito a scaglie, il malto di riso, il burro di soia (che costa come gli altri e che in ogni caso compro se va bene due volte l'anno, preferendo di gran lunga l'olio extra vergine d'oliva).
Così come preferisco comprare a km 0, ma ho la fortuna di vivere in campagna ed è senz'altro più semplice che per altri più urbanizzati. Per cui spesso verdura, vino, etc. vengono dalle campagne qui intorno, a volte dagli orti delle amiche quando hanno sovrapproduzione e d'estate anche dal mio orto.

La mia amica Francesca, vegan da circa due anni, mi ha spesso confermato quanto sia risparmiosa la nostra alimentazione, pur con la concessione di sfizi. E lei proviene da una alimentazione onnivora, mentre io da anni di vegetarianesimo, per cui i suoi ricordi di spesa "carnivora"  sono più vividi.


Vorrei dunque ribadire qui il concetto. Il negozio vegan per eccellenza non è la boutique del bio, bensì il mercato rionale, meglio ancora se in quei banchi dove sappiamo che viene venduta roba genuina. Nonostante qualche puntatina nei negozi bio, una confezione di lievito a scaglie non costerà mai come il suo omologo grana padano o parmigiano padano. Una confezione di affettato vegan da due euro non costerà mai come una confezione di prosciutto (non ne ho la più pallida idea, lo ammetto, ma lo sospetto, a meno che forse non si tratti di mortadella o non so che altro costi poco).
Dunque si può mangiare vegan e anche sano spendendo poco o tanto, a seconda della propria disponibilità economica. Ma non imputiamo una spesa troppo alta a tutti i vegan se amiamo riempire i carrelli del Naturasì dando per scontato che sia la nostra unica fonte di sostentamento.

Lo stesso discorso vale per scarpe, cosmetici, etc. come spesso ribadiamo in Stiletico e nella nostra pagina FB. Se possiamo spendere poco, è pieno di scarpe vegan a pochi euro. Se vogliamo un prodotto di qualità, dobbiamo spendere di più. Esattamente come per le scarpe in pelle animale, nessuna differenza, confrontare per credere. Io, che sono vanesia, spesso ho acquistato scarpe molto molto costose come quelle di Beyond Skin a un quinto del loro prezzo (28 euro l'ultimo paio di sandali invece di 170 sterline), approfittando dei periodici saldi su Amazon.co.uk.

Idem i cosmetici e i prodotti per l'igiene personale. Personalmente da qualche tempo uso una crema idratante per il viso (linea bio della Coop) che mi è costata ben 5 euro e qualcosa e l'ho trovata migliore di altre più costose. Il sito di Raffaella e la sua pagina su Fb danno molte indicazioni in questo senso. Io e Raffaella siamo piuttosto attente all'aspetto economico, non essendo ne' una ne' l'altra di sangue blu ma persone comuni con entrate mensili più che  normali.


Quindi niente scuse, niente leggende metropolitane. Cerchiamo di essere obiettivi e non accampiamo strane giustificazioni. Domandatevi come mai il reparto legumi dei supermercati va sempre deserto, mentre i lunghi corridoi degli yogurt hanno gente che vaga avanti e indietro rigirandosi vasetti tra le mani come se fosse l'alimento che non può mancare nei loro frigoriferi.
Fate caso ai carrelli degli altri, che non sono sempre migliori dei nostri. Anzi.



L'alimentazione a base vegetale in gravidanza

Fresco di stampa!






domenica 21 ottobre 2012

Empatia un corno

L'altro giorno mi sono trovata a una sorta di convegno, in realtà una masterclass in tema di comunicazione su nuovi media con ospiti d'eccezione italiani e internazionali, presso la sede della Confindustria di Roma. Bella location, ottimi relatori e poi la pausa pranzo con buffet offerto dall'organizzazione.

L'ora era tarda, almeno le due, ed eravamo tutti molti affamati. Peccato che una volta arrivati nella sala ho capito che avrei continuato a essere affamata, come lo sarebbe stato - ad esempio - un celiaco o un allergico ai latticini.
Ci aspettava un buffet a base di panini e pizze e pizzette tutti ripieni di brandelli di carni di animali, più o meno mummificati o freschi di mattanza, o di secrezioni biancastre che ricordavano micosi incipienti da Candida, come ricotte e similari.
Ora, senza dir nulla mi sono defilata e in preda a calo glicemico sono  fuggita verso un bar esterno nei dintorni dove mi sono rifocillata con un piatto di verdure miste, non particolarmente allettante ma se non altro mangiabile, senza infamia e senza lode.

E va bene, direte voi, che pretendevi? Sei un animale raro, quella è la prassi. Tant'è che la gente  ne era entusiasta (eureka eureka). Un vegan o un celiaco sarebbero e sono state delle infelici eccezioni.
Al solito, poi,  lì a dirmi Ah questo non lo puoi mangiare... Come a dire, lo sappiamo che ti fa gola ma devi resistere.
Sì. Se sapessero che mi attira come un piatto di blatte fumanti, poveri illusi.
Ma fin qui niente di strano, siamo nel campo della non eccezione.

Quello che mi faceva tutto sommato sorridere e scuotere la testa è stato dopo pranzo l'intervento in diretta dalla California del co-fondatore di Twitter Biz Stone, di cui si è già parlato in questo blog.
E il buon ragazzo parlava da oltreoceano di business legato all'etica, di empatia, di "successo" inteso come impatto positivo sul pianeta e tante altre belle parole che lui tenta di tradurre anche in fatti concreti.
E poi, per dirla tutta e per tornare alla prosaicità, nella sua azienda l'opzione vegan alla mensa è assicurata.

L'auditorio, con ancora ciccioli tra i denti, ascoltava affascinato le sue parole. Lui, un guru della comunicazione, con una vision così idealista della vita e del mondo. Così compassionevole. Così affamato, se fosse stato tra noi e buon per lui che fosse a casa sua, in California, con chissà che ben di dio nel frigorifero.
Qualcuno avrà anche ruttato al sapor di salame, mentre dagli occhi una lacrimuccia di ammirazione sgorgava.

E io? Cosa volete che pensassi io lì? Imprecavo, silente, ma imprecavo.

esempio di buffet vegan (Mestre, maggio 2011)

martedì 4 settembre 2012

Essere vegan e all'improvviso chef

Non è solo frequentando gli onnivori che si sviluppano scambi di battute interessanti, ma anche tra vegetariani e vegan stessi.
Ad esempio, pare che quando uno o una diventi vegan (che non è come diventare testimone di Geova o iniziare a tifare la Juve, sia chiaro), per una sorta di automatismo derivante non si sa da quale cielo calato, egli o ella si dipinga come "chef". Neanche cuoco (chi realizza le ricette), proprio "chef" (chi le inventa).
Lo vediamo in alcuni siti o blog di ricette vegan. E provatane a realizzare qualcuna, già magari sospetta dalla descrizione. A me personalmente sono venuti fuori spesso piatti immangiabili. Ormai conosco i nomi di chi è veramente bravo e chi si arrabatta (poco male, ma non pubblichiamole 'ste ricette, che poi passiamo per malgustai). Panna usata per la pasta al forno, al posto della besciamella: non è che perché siano vegetali che questo abominio si possa fare, vantandosene. Ma è solo un esempio tra cento.


Ma anche nelle discussioni sui social-media la tendenza è quella: sono vegan, ergo uno chef.
Proprio stamattina leggevo dei commenti su una pagina Fb dove avevo postato un sito di ricette vegan  (o meglio, un sito di ricette generalista con una strepitosa sezione vegan) specificando che non erano opera di comuni mortali ma di professionisti. Apriti cielo. Come ho osato dare del comune mortale a dei semplici "cucinatori" a casa propria? Cosa c'è che non va nelle ricette dei comuni mortali? e via dicendo.
Allora, un conto è quando io vi posto una ricettina qui, quando tutti sanno che io non sono una chef, ma una vegan che lavora nel settore della comunicazione, aggiorna siti internet, scrive testi, etc. e mai in vita mia mi sono sognata (disgraziatamente) di studiare la chimica dei cibi, gli abbinamenti, l'uso delle spezie e delle erbe, etc.etc.

Un conto è cucinare e azzeccare la ricetta e condividerla perchè non solo per noi ma anche per altri commensali pare riuscita, invitando ad apportare migliorie e a condividerle, e un conto è definirsi cuochi, chef, etc. e non trovare differenze tra cucina casareccia e cucina studiata. Non so se riesco a spiegarmi. Perchè tra onnivori questa differenza è da sempre ben definita, intendiamoci. Poi ci sono chef buffoni, che cucinano scopiazzando o con abbinamenti incresciosi, certo. Ma essere chef sul serio significa studiare, tentare, riassestare e riprovare, ristudiare. Non mettere insieme una accozzaglia di roba e poi aspettare come per un uovo di pasqua di vedere la sorpresa.

Ho un caro amico vegan che per riprendersi da una mangiata sociale (vegan, naturalmente) ha impiegato giorni a furor di bicarbonato. Per non parlare dei mangiarini che spesso vengono propinati, con giustificato terrore degli onnivori, a base di pappette, come se i vegan fossero tutti potenzialmente sprovvisti di dentatura.
Una volta mi capitò, come raccontai in una recensione tempo fa qui, che servendo a me e a due amiche onnivore codeste pappine (miglio, cuscus, non ricordo, comunque stracotti), la gentile gestora del locale ci sottolineò nel mentre  quanto esse fossero salutari per il nostro intestino.
Meno male che non  trattavasi di una cena romantica: l'abbinamento cibo-cacca non è dei migliori a tavola. E, ripeto, non è perchè sono vegan che debba sorbirmi tiritere escatologiche, con le amiche che strabuzzano gli occhi pensando che mangiamo solo per cagare e non anche per piacere. E non è che fuori non possa mangiare un piatto di lasagne, se fatte come si deve, e debba degustare invece l'equivalente di una minestrina in brodo, che può essere adorabile, certo, ma a casa mia, la sera, d'inverno, nell'intimità della mia cucina. Per di più preoccupata e deliziata insieme all'idea che faccia andare di corpo.
Insomma, a ognuno la sua professione e tra di noi scambiamoci ricette, sì, ma senza menarla giù dura.


domenica 2 settembre 2012

Toglier blatte dalla minestra

Io devo frequentare di più gli onnivori, non c'è verso. Se voglio avere sempre qualcosa di sfizioso da raccontarvi, niente è più foriero di aneddoti come pranzare o cenare con corpse-eaters.
E' che spesso mangiamo a casa e tendiamo più a invitare qui da noi, così non si pongono questioni. Il mio compagno, come molti di voi sanno, è chef vegan professionista e gli amici non si fanno sfuggire l'occasione di mangiar manicaretti nuovi o già testati, piuttosto che avere delusioni in qualche ristorante veg o non veg che sia. Dalle nostre parti non è facile mangiare decentemente fuori, è cosa nota.

Ieri si era fuori a mangiar pizza con gruppo di amici e conoscenti. Il mio compagno ha preso un piatto di penne all'arrabbiata e io una pizza ortolana senza mozzarella. La sto ancora cercando di digerire, ma per carità, almeno era senza secrezioni, pus, etc.
I commensali hanno invece preso diverse portate di pizza alla pala, tutte immangiabili per noi, come potete immaginare. Credo che pensino che noi si faccia un sacrificio a resistere al cospetto di tante leccornie, tanto che quando una amica a fianco a me ha chiesto carinamente se volevamo che togliesse lei il prosciutto da una delle pizze affinchè potessimo mangiarla anche noi, il dubbio si è trasformato in certezza.
Noi ci siamo subito schermiti, dicendo No! No! Grazie! e a me è scappato Oddio, è come togliere una blatta dalla minestra e poi continuare a mangiarla...


Immaginate se i miei commensali avessero trovato un capello, uno scarafaggio, una mosca nel loro piatto: mai avrebbero avuto il fegato di continuare a mangiare qualcosa di "contaminato" da elementi ripugnanti.
Come far comprendere che per noi è lo stesso, anche se togli il gamberetto smembrato, il brandello di carni mummificate di un mammifero o le secrezioni di un bovino dalla pizza, da un piatto di pasta o quello che sia?
Mi direbbero: ma tutti mangiano così, sei tu la strana.
La solita storia. Tutto è giustificato in nome di una maggioranza rumorosa.

martedì 28 agosto 2012

La Nausea

Ieri mi sono ritrovata a pranzo in ufficio con alcune colleghe, ognuna col suo pranzo portato da casa o acquistato al bar di fronte, e si parlava di animali di casa, di vita di campagna, e similari.
Parlando di vacanze appena trascorse, raccontavo di mia cognata, appena ripartita, che non è avvezza alla vita rurale perché timorosa di insetti, farfalle, cani e perché abituata da sempre a vivere in città (da anni abita a Parigi), e dei suoi deliziosi figlioli, che invece si sono divertiti un mondo a giocare con i nostri cani e i nostri gatti. 
La notte in cui hanno dormito da noi si sono ritrovati la mattina abbracciati a due dei nostri cani e ne sono stati entusiasti,  non hanno parlato d'altro per giorni, senza contare della distribuzione dei semini nelle mangiatoie per gli uccelli, dei giri serali con pila alla mano tra i filari di uva fragola e allo stagno, e così via.

scene disgustose
Le colleghe hanno avuto un sussulto, come a dire: questo è un po' troppo, dormire con i cani... Una esordisce con I peli mi fanno schifo, le altre annuiscono e rafforzano la sua opinione. Al che, se mi conoscete un po' dalla lettura di queste pagine potete immaginare, non mi sono fatta sfuggire l'occasione di raccontare di come noi esigiamo (ma non c'è bisogno di pregarli) addirittura la presenza dei due gattoni nel letto d'inverno, tutti belli caldi e soffici. Se no che li abbiamo presi a fare? E che, mangiano a ufo? O ci si coccola oppure che senso ha?
D'estate preferiscono stare alla larga e farsi i loro giretti in notturna, ma d'inverno sono i primi ad accomodarsi. I cani non salgono sul letto, tre sono troppi, più di cento chili in totale, ma qualche bella dormita sul divano davanti alla tv ce la facciamo, tutti insieme appassionatamente.
Facce ancora più sbigottite e schifate. Una collega ha addirittura pregato di cambiare discorso mentre si mangia. 


Da notare che sono tutte onnivore, che tutte avevano nel piatto secrezioni mammarie bovine cagliate, gamberi spellati, tonno squartato e inscatolato (che se guardavo troppo mi si rivoltava lo stomaco davvero). Per non parlare del fatto che gran parte di loro sono devote a diete iperproteiche stile Dukan. Altre mi hanno appestato a volte con puzzo sulfureo di galline cotte, da dover uscire dalla stanza per non vomitare sul serio e non per posa.


Roba che non oserei portare alla bocca neanche sotto minaccia di bazuka, pena i conati di vomito.
Eppure, tutte delicate e iper attente ai peli di cani e di gatti, al punto da suscitare in loro schifo e ribrezzo. E poi mangiano quello che mangiano, senza alcun sentore di disgusto. Pus, antibiotici, residui fecali, putrescina, cadaverina, niente al cospetto dei peli di cane, che peraltro nessuno si sognerebbe mai di mettere in bocca per diletto ma che al massimo ritrovi sul divano, per terra e sui jeans.  A meno che uno non passi la giornata a leccare per terra, naturalmente.

Il mondo è bizzarro. Il senso del ribrezzo è individuale (anzi, va per categorie di persone). E io, qui, che continuo a stupirmi, come fanciullino pascoliano.
Giovanni Pascoli e il fanciullino

domenica 26 agosto 2012

Uno studio che nessuno leggerà

Tra un paio di mesi uscirà il numero di ottobre di Cancer Treatment Reviews dove si sostiene  che una dieta vegana può proteggere gli esseri umani dal cancro in quanto si tratta dello stile alimentare a più basso contenuto in metionina (Cancer Treat Rev. 2012 Oct;38(6):726-36).


I ricercatori australiani Cavuoto P.e Fenech MF. scrivono:
"In humans, vegan diets, which can be low in methionine, may prove to be a useful nutritional strategy in cancer growth control."

Ecco l'abstract dell'articolo, che lascerò in lingua originale per non dare adito a imprecisioni, trattandosi di materia medica:

"Methionine is an essential amino acid with many key roles in  mammalian metabolism such as protein synthesis, methylation  of DNA and polyamine synthesis. Restriction of methionine may be an important strategy in cancer growth control  particularly in cancers that exhibit dependence on methionine for survival and proliferation."

"Methionine dependence in cancer may be due to one or a combination of deletions, polymorphisms or alterations in expression of genes in the methionine de novo and salvage pathways. Cancer cells with these defects are unable to regenerate methionine via these pathways. Defects in the metabolism of folate may also contribute to the methionine dependence phenotype in cancer." 

"Selective killing of methionine dependent cancer cells in  co-culture with normal cells has been demonstrated using culture media deficient in methionine. Several animal studies utilizing a methionine restricted diet have reported inhibition of cancer growth and extension of a healthy life-span. In humans, vegan diets, which can be low in methionine, may prove to be a useful nutritional strategy  in cancer growth control. The development of methioninase which depletes circulating levels of methionine may be another useful strategy in limiting cancer growth."


fonte: http://www.notmilk.com/


Sullo stesso argomento si veda:
http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=4277

domenica 10 giugno 2012

In aumento il diabete tra i giovani

Ricevo e diffondo un comunicato diffuso da Scienza Vegetariana.


PAESI DIFFERENTI, IDENTICA TRAGEDIA:
DIFFUSIONE DEL DIABETE TRA GLI ADOLESCENTI IN ENORME CRESCITA, SIA NEGLI USA CHE IN EUROPA. RISCHIO RIDOTTO PER I VEGETARIANI E VEGANI.
9 giugno 2012

Secondo un nuovo studio pubblicato su Pediatrics [1], la prevalenza di diabete e prediabete tra gli adolescenti è ulteriormente salita da un già notevole 9% nel 1999-2000 al 23% nel 2007-2008.

I dati provenienti dalla NHANES (National Health and Nutrition Examination Survey,http://www.cdc.gov/nchs/nhanes.htm) hanno evidenziato che il 34% circa dei ragazzi USA tra i 12 e 19 anni è obeso o sovrappeso e presenta un rischio aumentato per alcuni fattori di rischio cardiovascolare come ipertensione, alterazione dei livelli ematici di colesterolo e diabete.

La prevalenza di almeno un fattore di rischio cardiovascolare è risultato essere, rispettivamente, del 37%, 49% e 61% negli adolescenti normopeso, sovrappeso ed obesi. Sovrappeso e obesità, dunque, aumentano sensibilmente il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari.

In Europa, i bambini con malattie croniche sono sempre di più e attualmente hanno raggiunto il 20%. Il prof. Alfred Tenore, presidente dell'European Academy of Paediatrics (EAP) ha dichiarato come "siano sempre più i bambini affetti da malattie croniche, in testa obesità, asma, allergie e diabete mellito".

In Italia il 6-7% della popolazione generale è affetta da diabete (circa 4 milioni) e i dati dell'Osservatorio epidemiologico cardiovascolare Iss-Anmco (Istituto superiore di sanità-Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri)/Health Examination Survey, rivelano che il 38% degli italiani di entrambi i sessi presenta valori di colesterolo elevato, oltre la soglia dei 240 mg/dl: anche in questo caso, il dato è aumentato negli ultimi dieci anni, visto che nel 2002 era un problema solo del 24% della popolazione! Se il colesterolo elevato danneggia le arterie coronarie favorendo la comparsa di infarto e morte improvvisa, anche i chili di troppo, sin da ragazzini, compromettono il cuore da un punto di vista strutturale e funzionale, causando la sindrome del 'cuore stanco'.


Gli studi condotti a livello internazionale evidenziano come i vegetariani di tutte le età siano più magri, presentino più bassi livelli di colesterolo plasmatico e un rischio ridotto di diabete e malattie cardiovascolari rispetto ai non-vegetariani (ricordiamo che con il termine "vegetariano" si intendono tutte le varianti, da quella latto-ovo-vegetariana a quella vegana).

In particolare, i bambini e gli adolescenti vegetariani presentano più basse assunzioni di colesterolo, grassi saturi e grassi totali, e più elevati introiti di frutta, verdura e fibre rispetto ai non-vegetariani.

In questo disastroso scenario internazionale, le diete vegetariane rappresentano pertanto un modello a cui tendere già a partire dall'età pediatrica, in quanto possono offrire alcuni importanti vantaggi nutrizionali e possono favorire lo sviluppo di sani schemi alimentari, validi per tutta la durata della vita e utili a contrastare l'epidemia di malattie croniche che sempre più flagella i cittadini dei paesi ricchi di tutte le età.


Reference:


[1] May AL, Kuklina EV, Yoon PW. Prevalence of cardiovascular disease risk factors among US adolescents, 1999-2008. Pediatrics. 2012;129:1035-1041.


Comunicazione a cura di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana

domenica 3 giugno 2012

Gente seriamente preoccupata per le proteine

Tutti i vegan si sono sentiti fare questa domanda: Da dove prendi le proteine?
Gente che mangia schifezze ogni giorno, persone obese o visibilmente in scarsa salute, infartuati, ipertesi, diabetici, tutti indistintamente sgomenti, terrorizzati da una eventuale carenza di proteine. Queste benedette proteine appaiono come la panacea ad ogni male, così come si assiste a crisi di panico- in particolare tra i sovrappeso - al solo menzionare il carboidrato, visto come il demonio personificato nella pagnottella o nel maccherone.
Mangi carboidrati?! E via con la croce dell'anticristo. Non mangi proteine animali?! E via con lo smarrimento e la granitica convinzione che presto il vegan di turno sarà trasportato d'urgenza in una qualche misteriosa clinica che cura casi di ipoproteinomia o come diavolo si chiamerà questa patologia.
L'argomento è più che mai d'attualità alle soglie della stagione estiva. Le diete dimagranti impazzano. La prova costume è dietro l'angolo. Io non sento parlar d'altro, nelle chiaccherate da corridoio.

Naturalmente un qualunque dietologo o nutrizionista da strapazzo, di quelli che vanno tanto per la maggiore ai nostri giorni, non sarà d'accordo. Ne sanno più loro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, questo è noto. Le famigerate diete dimagranti che vedete seguire alle vostre conoscenti,amiche e colleghe (parlo al femminile,  perchè il pubblico di costoro è in gran parte femminile, ahimè, ma certamente la cosa riguarda anche gli uomini) sono tutte rigorosamente iperproteiche. Ho visto mangiare mezzi chili di yogurt a colazione, 15 fette di bresaola e uno stracchino intero a pasto a queste sciagurate, felici di seguire il primo filibustiere che promette la terra promessa dei 5 chili in meno.


Mai conosciuto peraltro amiche, conoscenti, colleghe che abbiano mantenuto i chili in meno, se non perpetuando a vita siffatta sconsiderata alimentazione, per di più dannosissima ancor di più per donne in età matura, magari alle soglie della menopausa, quando osteoporosi e altre patologie sono in agguato (ma sì, diamo loro una bella spinta, acidifichiamo questo povero corpo, caso mai non lo fosse già abbastanza). 

Stanca di ripetere le stesse cose, oggi lascio la parola a Robert Cohen (alias NotMilk), cercando di tradurre il più possibile fedelmente le sue (sagge) parole, a beneficio di chi ancora pone l'oziosa e, diciamolo, assai noiosa questione:

Andate in qualsiasi ospedale americano e troverete  zero pazienti che  sono lì perché mangiano troppe poche proteine​​. D'altra parte, indagate le ragioni  per cui la gente si ammala e troverete che  la maggior parte delle patologie si possono trovare proprio nelle  persone che mangiano troppe proteine (animali, ovvero che contengono troppa metionina e cisteina), troppe per essere elaborate in modo efficiente dal corpo umano.

Il Dott John McDougall scrive: "Gli esseri umani necessitano di poche proteine. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda che gli uomini e le donne ricavino il 5% delle calorie sotto forma di proteine. ​​Questo vorrebbe dire 38 grammi di proteine ​​per un uomo che brucia 3000 calorie al giorno e 29 grammi per una donna con 2300 calorie al giorno". 
Ho pieno rispetto per quegli uomini e quelle donne della medicina, dottori e nutrizionisti,  che sono arrivati ​​allo stesso conclusione logica.


"Tutto ciò che è in eccesso si oppone alla natura."
Ippocrate





martedì 29 maggio 2012

Gusti da zombie

Ieri su Facebook girava su alcune bacheche, e anche sulla mia, la foto di un pezzo di carne su un bancone di macelleria con una sorta di rigagnolo di pus bianco che fuoriusciva da un tumore e si leggeva sotto che è prassi normale per i macellai ripulire le carni dai tumori, sciacquando il tutto con candegina, e poi mettere in vendita il resto.
Ora, devo dire che non mi ha sconvolto più di tanto. Se mangi carni in putrefazione, carni di animali trucidati, non puoi essere tanto delicatino, ti puoi aspettare di tutto. Non che tendini, ossa, nervi siano elementi molto più poetici. Invece il tumore ha suscitato estremo disgusto, soprattutto naturalmente negli onnivori.

Anzi, il post è stato tacciato di terrorismo psicologico. Come se informare fosse da equiparare a qualcosa di non vero che viene detto apposta per metter paura. No, qui stiamo solo mostrando ciò che qualunque macellaio sa e fa e che nessuno ci racconta.

E poi, come ripeto, non facciamola tanto lunga: se aggrada mangiar cadaveri, se piace pascersi di putrescina e cadaverina a gogò, non facciamo tanto i raffinatoni, non facciamo i difficili. Che la carne sia tumorosa o no, in fondo cosa cambia? Sempre di carogna si tratta.

Soltanto, non veniteci a dire che siamo estremisti. Perchè riempirsi la bocca di mucca, di conigli, di suini per me è un atto talmente parossistico che supera ogni immaginazione. Dipende dai punti di vista.


domenica 25 marzo 2012

l calcio dei latticini non protegge dalle fratture

Eppure, le folle credono più agli spot della Danone. D'altronde, provate a digitare su Google alcune parole chiave come: calcio ossa protezione. Indovinate chi detta legge. Cinque minuti fa il primo sito segnalato era quello della Danaos, non so se vi rendete conto.

Vi riporto per conoscenza una notizia appena pubblicata sul sito di SSNV:

l calcio dei latticini non protegge dalle fratture

Lo conferma un nuovo studio relativo alle fratture nelle adolescenti causate dalla pratica sportiva.
Calcio dietetico e latticini non proteggono nei confronti delle fratture da stress, secondo un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine. In questo studio sono state seguite per 7 anni 6712 ragazze in età adolescenziale, ed è stato rilevato il loro tipo di dieta, l’attività fisica e la comparsa di fratture da stress, un tipo di frattura che complica solitamente la pratica di sport ad elevato impatto, come la corsa. Il continuo impatto con il terreno causa infatti uno stress meccanico sulle struttura microtrabecolare dell’osso, che a un certo punto cede.

I dati raccolti non evidenziano effetti protettivi sull’osso, con riduzione del rischio di questo tipo di fratture, nelle ragazze con le più elevate assunzioni di latticini e calcio.
Per contro, la vitamina D è risultata in questo studio protettiva, in quanto le ragazze che assumevano più vitamina D avevano un rischio dimezzato, rispetto alla ragazze con le assunzioni più basse.

Ricordiamo che la vitamina D viene prodotta dal nostro corpo semplicemente con l'esposizione ai raggi solari: alla nostra latitudine è sufficiente l'esposizione di volto e le mani, per 20-30 minuti per 2-3 volte alla settimana.


Fonte:
Sonneville KR, Gordon CM, Kocher MS, Pierce LM, Ramappa A, Field AE. Vitamin D, Calcium, and Dairy Intakes and Stress Fractures Among Female Adolescents., Arch Pediatr Adolesc Med. Published ahead of print March 5, 2012.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22393172


martedì 13 marzo 2012

Famiglie Addams

Molti di voi avranno avuto la ventura in queste ultime settimane di vedere in tv dibattiti tra onnivori e medici o nutrizionisti vegan. Per chi se li fosse persi, vi invito intanto a vedere il primo, in ordine cronologico, di questi video:

sabato 18 febbraio 2012

La spesa, oggi

Sono appena tornata a casa dal lavoro. Prima però ho fatto un salto al super per qualche spesuccia. Al solito, lo so, sono monotona, ripeto le stesse cose come un disco rotto, eppure - pascolianamente, a mo' di imberbe fanciullo - non manco di stupirmi una volta alla cassa di ciò che compra la gente.
Ho rimpianto di non avere con me un taccuino (da domani, sempre con me) per annotare tutti i pezzi, gli items, acquistati dalla signora davanti a me. Tutto junk food, tut-to. C'erano delle girandole, o giravolte, un nome del genere, una sorta di "cosi" panati, tipo cotolette, o panatineamadori, insomma quel genere di cosi. Poi, due pacchi di biscotti gocciole (credo siano quelli pubblicizzati con Tarzan in tv), una confezione di budini danette al cioccolato, due pacchi di merendine mulinobianco, una confezione di bombe alle crema, bevande gassate tipo fanta e cocacola, e... non ricordo che altro, qualcosa di salato che ora non mi sovviene.
Dietro di me, altra signora con uova formato super-gigante (c'era anche la classe, ma non me ne intendo, non so cosa significhi, anche quando mangiavo uova mai comprate le supersize), altra roba surgelata tipo panatinecotolettine, interi pacchi di danacol o similari, quelli che se non vai di corpo dopo 15 giorni ti rimborsano (e ti ricoverano, aggiungo io).

Cosa avevo io nel mio cesto? Ve lo dico subito. Roba che per me già era troppo artefatta, pensate un po', che già compravo con un vago senso di colpa, con la sensazione di buttare denari al vento. Una confezione di banane bio solidal (compro raramente le banane, mi fa strano mangiare frutta tropicale, e poi o sono bio e solidal o niente, non affamo i contadini della Chiquita o della Del Monte), una di minestrone bio surgelato con orzo e farro, una di burger di seitan, una di rughetta (era in saldo causa scadenza imminente), dei biscotti Digestive e poi....ah sì, patatine fritte in busta, le chips insomma. Per me già una spesa non proprio health-friendly, e neanche money-friendly, cibi confezionati, già preparati, frutta che viene dall'altro capo del mondo, biscotti super-industriali. Si salvava giusto il Muesli Bio, con cui faccio colazione la mattina, che in fondo costa meno lì che nelle boutique del biologico.

Eppure, in confronto, il tutto impallidiva al cospetto di quei carrelli, le mie cibarie si intimidivano, piegavano il capo, come a dire ok, ci arrendiamo, ci avete battuto. Perfino le patatine fritte arrossivano: sì, va bene, non siamo il massimo, ma forse pur sempre meglio di danettedanone e giravolte, almeno, non abbiamo fatto torturare e ammazzare nessuno, noi.


Allora, il punto è questo: io non potrei - vista la crisi economica che stiamo attraversando - permettermi una alimentazione onnivora-schifivora. Ancora c'è gente che ha il coraggio di dire che mangiare vegan è roba da radical-chic, è roba da ricchi. Incredibile. Provate, voi, compratori di formaggi, affettati, carni di animali di terra e di mare, a fare un po' i conti nelle vostre tasche, ogni volta che fate spesa. E provate, non lo farete mai, lo so, a comprare vegan anche solo per un mese. Quanto costa una confezione di fagioli, anche se bio? Io li pago intorno a un euro e cinquanta. Quanto costa non comprare tutta quella roba  che vedo nei vostri carrelli?
A quando una tassa sul cibo inutile? (non sarà mai applicata, tre quarti dei supermercati ne sarebbero penalizzati)
Ma per favore, non andate in giro a dire che la vita è sempre più cara, che non si arriva a fine mese. Tre quarti dei vostri carrelli della spesa contengono roba inutile, non raccontatevi storie. Quello che per me è sfizio, i biscotti Digestive ad esempio, per voi è vizio quotidiano. Quando voi vi sentite dei gran signori, perchè comprate solo "roba di marca", non siete altro che sovvenzionatori di multinazionali. Voi, che vi atteggiate a persone buone amanti dei vostri bambini, degli altri, di bambini, quelli affamati dalla Nestlè, non ve n'è importato mai un fico secco.
Smettiamola con le ipocrisie e i buonismi superficiali. Siete completamente inebetiti dalle pubblicità. Avete confuso la Danone con la vostra mamma, increduli che non possa - ma come, proprio una marca come la Danone?! - volere solo e unicamente il vostro bene. Siete degli adulti non cresciuti, degli eterni bambinoni che credono alle "marche" come pargoli che credono alle loro nutrici. Imbarazzante, davvero. Mi vergogno per voi. 

E poi dicono che l'uomo sia superiore agli altri animali, i quali per questo meritano di essere seviziati e ammazzati. Io, come di consueto, vi invidio. Quanto sarebbe bello, una mattina, svegliarmi come voi, inconsapevoli, ottusi, con i paraocchi. Quanto più facile sarebbe la mia vita. Quanto più facile sarebbe vivere a vanvera.

mercoledì 21 settembre 2011

Se niente importa

Questo nuovo studio (guardate il video qui sotto) sostiene che mangiare pollo durante la gravidanza può influenzare le dimensioni e lo sviluppo dei feti maschili per quanto riguarda gli organi genitali (pene e scroto) e ciò a causa dei ftalati presenti nelle carni. Se questo (come se non bastassero le ragioni etiche, per quanto mi riguarda fondamentali) non è sufficiente per fare una scelta alimentare diversa, beh.... che vi debbo dire, arrangiatevi. Il video è in inglese.







fonte: http://girliegirlarmy.com/

giovedì 15 settembre 2011

Sfogo di una vegan che vuole mangiar bene

Dopodomani arriva a casa nostra John e sarà ospite da noi per qualche giorno. E' uno dei nostri più cari amici, è irlandese e vive a Dublino. Da circa un anno è diventato quasi vegan, ovvero vegetariano in transizione vegan. A forza di frequentarci, come si usa dire...Chi va con lo zoppo impara a zoppicare!

Si ripropone, come ogni volta che viene da noi, la questione se andare a cena fuori una sera e dove. Alla fine abbiamo sempre optato per una pizzeria. Prima di tutto perchè non abitiamo in città e la voglia di digerire, prima che la cena, traffico e ricerca parcheggio è sempre più scarsa. E poi, soprattutto, Roma è città avara di buoni ristoranti vegan. Sono pochi e quei pochi non mi hanno mai soddisfatto.
Intendiamoci, qualche pastrugno lo sanno fare tutti, o quasi. Ma quando leggo, come qualche giorno fa, nel menu di uno di questi locali, un piatto del genere "seitan con crema di tofu", oppure in un altro il "risotto col seitan" (ma che è?!), beh...che volete che vi dica, a me la voglia di andarci passa. Ci mancava solo un po' di tempeh, un po' di umeboshi, e qualche altra diavoleria, per far venire fuori un piatto improbabile che però essendo vegan si è costretti a magnificare. Sognando poi, in tutta segretezza, un bel piatto di bucatini al pomodoro con melanzane fritte, come quelli che vi faceva vostra nonna, o una pasta e ceci, di quelle vecchia maniera.

Lo confesso. Io, qui a Roma, mangio vegan molto meglio nelle trattorie tradizionali o nei ristoranti tipici che nei locali veg. Qualche tempo fa, ad esempio, mi trovavo con dei parenti in centro storico e ho pensato di portarli da Giggetto al Portico d'Ottavia, rinomato ristorante della zona del ghetto, dietro Largo Argentina. Non potevo portarli in pizzeria, avendola loro già degustata a pranzo, ne' rischiare di portare mia zia -  di una certa età - in un improbabile ristorante veg(etari)ano di dubbia appetitosità.
Ebbene, perfino nel tempio della cucina giudaico-romanesca, io ho mangiato divinamente: dal purè di fave ai carciofi alla giudìa al fritto di verdure in pastella (ho spergiurato che non ci fosse l'uovo causa allergia, una piccola bugia, mi si perdoni!) a un primo che ora non ricordo ma che era ottimo. Tutte ricette tipiche che non troverete mai in un ristorante veg. Ma perchè?!

Ovviamente gradirei di più degustare un carciofo fritto in un ambiente diverso, dove non girano piatti con contenuti macabri, va da sè. Ma se invece devo buttar giù seitan in salsa di tofu e sbobbette senza fantasia, di quelle che io mi preparo a casa per le cene frettolose dopo una giornata di ufficio...allora rimango a casa, non affronto traffico e tutto per mangiare due grani di miglio cotti alla bell'e meglio spesso da dilettanti e non da professionisti della ristorazione, da veri chef.

E qui si apre un altro discorso, quello degli chef vegan. Chiunque abbia mai pubblicato almeno una ricetta - più o meno di propria creazione o scopiazzata qua e là - è uno chef vegan. Le cose non funzionano così. In questo modo si deprezza e si avvilisce la gastronomia vegan. Un conto è mangiare in casa propria e un conto è farlo in un ristorante: le aspettative sono diverse.

Personalmente, mi aspetto di essere piacevolmente stupita, non con accozzaglie di ingredienti e sapori senza storia però, e chiedo anche che lo chef abbia cognizioni quanto meno migliori delle mie nell'accostare i diversi ingredienti (per favore, non mettete la finocchiella nel sugo al pomodoro, non si fa!), in breve, quello che chiunque chiede a uno chef professionista. Non perchè sono vegan non ho capacità di giudizio!

Vogliamo volare basso, non parlare di ristorazione di un certo livello? I vegan non hanno soldi da spendere (sebbene ci siano vegan ricchi e vegan poveri, essendo la nostra una categoria "trasversale", che non bada ai ceti sociali)?
Benissimo. Allora parliamo di trattorie alla buona. Al momento non ne vedo, almeno nei paraggi. Come ripeto, mi sono trovata meglio in trattorie alla buona di matrice onnivora dove ho trovato saporosissimi piatti vegan senza ingredienti esotici. Una delle mie preferite è la trattoria di Tuscania che dà sui giardini pubblici, non so il nome, ma chi è della zona la conoscerà di certo. Si mangia fuori d'estate e dentro d'inverno. Una pasta con i legumi non manca mai, spesso la pasta è fatta in casa. E i contorni sono saporitissimi. Basta prenderne due o tre ed ecco fatto il secondo per noi vegan. Niente tofu, niente abbinamenti improbabili, ma collaudata tradizione locale.

Se ne avessi la possibilità, ne aprirei una così, di trattoria. Un posto dove si mangino tutti i piatti tradizionalmente vegan della cucina italiana e quelli che vegan non sono, prepararli veganizzandoli. Allora sì, che mi puoi servire il seitan, ma alla pizzaiola o a scaloppina o a spezzatino (sfido un carnivoro a rendersi conto che è tutto vegetale!), oppure il tofu (perchè me lo metti ben camuffato nei ravioli "ricotta" e spinaci), e via dicendo. La parmigiana di melanzane, fatta col parmigiano vegetale (semi di girasole, mandorle, lievito a scaglie) e un gran tripudio di primi piatti e dolci tipici veganizzati (mai assaggiata la pastiera vegan? indistinguibile dall'originale!) e altro ancora.

Invece, niente, tocca mangiar bizzarro, oppure precotto, oppure arraffazzonato, o stracotto o poco saporito. Capisco che sia importante incoraggiare le realtà vegan, ma veniamoci incontro: voi ristoratori mi fate mangiar bene e io vi sostengo ancora meglio, vi glorifico addirittura. In fondo, non è gratis, vi pago e voglio andarmene soddisfatta.

Allora, intanto,  noi ce ne stiamo a casa e imbastiamo per conto nostro delle belle cenette. In attesa che qualche vero chef ci regali dei momenti di pura estasi gustativa.




P.S. Un'idea di cosa mi piacerebbe davvero mangiare in un ristorante vegan, almeno nelle grandi occasioni? La trovate in questo pregevole libro, di cui vedete qui sopra la copertina,  che consiglio a tutti i miei lettori francofoni, anche solo per la gioia degli occhi.

domenica 28 agosto 2011

Death by protein

Anni fa lessi un romanzo di Achille Campanile, mai abbastanza popolare scrittore umoristico del secolo scorso, in cui si svolgeva una surreale e spassosissima scena la cui location erano le corsie di un ospedale. Suorine infermiere si affacendavano avanti e indietro per i corridoi cercando di ricordare quali fossero le due P che i medici avevano prescritto ai pazienti ricoverati. Qualcuno proponeva Pasta e Peperoni, e giù a portare teglie di siffatti alimenti  senza risultato apprezzabile alcuno sulla salute dei pazienti. Oppure, Pere e Pistacchi, Pasticcio e Patate, e così via. Finchè un illuminato, dopo che i ricoverati si erano rimpinzati di ogni ben di dio e delle più strampalate accoppiate di cibi, ricorda qual era il diktat dei medici da seguire per ripristinare la salute negli ammalati: Peace & Protein, tranquillità e tante proteine. Se solo ricordassi quale fosse il titolo di questo romanzo... risate assicurate in solitaria sotto l'ombrellone o, peggio, sull'autobus o in metropolitana.

Lo lessi d'altronde in tempi non sospetti. Ora la storia delle proteine mi solletica il sorriso ancor più di prima.
Come sa bene la mia deliziosa amica e compagna di quotidianità lavorativa, Francesca, novella vegan, una delle immagini che più spesso invoco - in risposta agli sguardi e alle istanze perplesse di chi ci dipinge come moriture in seguito alla nostra alimentazione plant-based - è quella di famigerati sotterranei dei nostrani ospedali ove sarebbero ricoverati, nella privacy più assoluta, fantomatici pazienti in carenza di proteine, gente che ha osato mangiare vegan per qualche tempo e che si è ritrovata con una flebo e pesanti infiltrazioni intra-cute di proteine salvavita.

Un'immagine che non manca ogni volta di farci ridere a crepapelle, dal momento che ben sappiamo che sono i reparti alti, non quelli sotterranei, ad essere stracolmi di ammalati a causa di un'alimentazione troppo ricca in proteine animali, grassi, etc. Le cosiddette malattie del progresso, di cui prima soffrivano solo i nobili, i ricchi, che di carni animali si sono sempre abboffati in quantità.
Perfino i crudisti (chi mangia solo cibi crudi e dunque non ingerisce legumi, notoriamente ricchi di proteine vegetali, se non in forma di germogli) non rilevano di norma carenze di proteine! A proposito, mentre sarete tutti al corrente circa le proprietà nutritive di frutta secca e semi, conoscete invece le virtù dell'avocado? io ne sono a parte da poco, e un guacamole non me lo faccio mai mancare almeno una volta a settimana, sebbene confesso lo faccia più per gola che per salutismo...

Per tutto quanto sopra detto, stamattina non potevo non sorridere alla lettura di un nuovo articolo di Robert Cohen che si intitola - guarda caso - Death by Protein.

Il mio amico d'oltreoceano è sempre puntuale nel giustificare le sue convinzioni con studi medici ben documentati e io mi pascio del tradurre sovente i suoi scritti, a beneficio di chi non lo conosce ancora o di chi non se la cava bene con la lingua inglese. Ecco dunque ciò che ci racconta Robert, alias Mr. NoMilk:

L'ossessione americana per le proteine iniziò quando genitori ignari stigmatizzavano continuamente nel cervello dei loro bambini  il mito delle proteine con commenti - ora sappiamo, idioti - tipo: Finisci il fegato che hai nel piatto! Ci sono bambini che stanno morendo di fame in Africa! [..] Poi si va a scuola, e gli insegnanti non fanno che rafforzare quel  mito​​, mostrando foto reali di bambini reali in situazioni di guerra in nazioni africane, che non hanno  cibo da mangiare, e così i bambini "benestanti" tornano a casa per finire ogni boccone di fegato, milza, pancreas, e tutta  la carne nei loro piatti. Proteine, proteine, proteine. Un bambino in crescita non sente altro. Le proteine sono una cosa buona. Devi mangiare tante proteine per crescere [N.di A. E per proteine si intende sempre "proteine animali", naturalmente]. Mangiare carne, bere tanto latte. E l'ossessione si espanse in tutti i paesi occidentali...




Questi bambini, una volta adulti, vanno poi all'università o entrano nel mondo lavorativo o nell'esercito, dove ne sentiranno altre di sciocchezze sulle proteine, e poi insegneranno ai propri figli ciò che hanno appreso da piccoli e anche da adulti, generazione dopo generazione di bambini che ora si ritrovano con malattie cardiache e obesità già a 7-8 anni.
Se visitate un qualsiasi ospedale americano [N.d.A. Ma anche italiano, aggiungo io...] e chiedete:
"Quanti pazienti sono ricoverati qui a causa di una deficienza di proteine?" la risposta sarà "Zero". Gli ospedali sono zeppi di persone che hanno mangiato troppe proteine attraverso la loro dieta. E' praticamente impossibile vivere nel mondo occidentale e non soddisfare il proprio bisogno di proteine.


Un americano ingerisce mediamente il 175% in più delle proteine raccomandate giornalmente. Una donna il 144%. (Surgeon General's Report on Nutrition and Health, 1988)


L'osteoporosi è causata da una serie di problemi, uno dei più cruciali è la sovrabbondanza di proteine animali (Science 1986; 233 (4763))


Paesi con il più alto tasso di osteoporosi come USA, Regno Unito e Svezia sono i maggiori consumatori di latticini. Cina e Giappone, la cui alimentazione  tradizionalmente non li contempla, hanno il minor tasso di incidenza di questa patologia (Nutrition Action Healthletter, June 1993) 


Aumentare l'introito di proteine nella propria dieta del 100% può causare una perdita doppia di calcio (Journal of Nutrition, 1981, 111-3)


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E non vi riporto tutti gli altri stralci di riviste scientifiche portate a supporto delle tesi, ma solo per non annoiarvi. Dunque, la prossima volta che vedrete volti preoccupati al vostro cospetto e vi verrà rivolta la fatidica domanda con toni angosciati: Ma dove le prendi le proteine (sempre intendendo per il generico "proteine"  le proteine "migliori", ovvero quelle animali)? potreste anche  rispondere  con un'altra domanda: Ma tu, sei sicuro di non prenderne troppe?


libera traduzione da: http://www.notmilk.com